Il bolide

Mi danno dell’asociale spesso. In fila alle Poste, sul treno, nei tempi d’attesa, insomma, non amo particolarmente socializzare; porto un libro con me e, aspettando, leggo.

Venerdì decido di andare dal medico. Sala d’attesa come ce ne sono tante, piuttosto spoglia, sulle pareti quadri dozzinali, riviste poco interessanti su un tavolinetto. Una decina di persone davanti, tutte piuttosto agée. Tiro fuori il mio libro, mentre tra loro parlano incessantemente di malattie e acciacchi: è una caratteristica degli anziani, l’ho notato tante volte, fanno a gara a chi ha più malanni, come se in palio ci fosse un ambito premio; vince chi dimostra di averne di più e più gravi.

Leggo, ma con un orecchio rivolto alla conversazione: risulto asociale, è vero, ma sono curiosa, non dei fatti altrui, mi incuriosiscono le persone, mi diverto a associare i volti ai pensieri e al loro modo di essere.

Si apre la porta, una signora sicuramente ultraottantenne viene salutata da quasi tutti i presenti.

Oh Lidia, vieni a sede’ qui. Come mai sei venuta così tardi?

Sembrano alle panchine del parco…

Oh Lidia, sei sola oggi? Non ce l’hai er nipote?

Dalla faccia della signora, però, non traspare niente di buono. L’espressione preoccupata, qualcosa è andato storto nella giornata.

Seeee er nipote, un mi fa’ parla’! Oggi un ho potuto, capirai, mi s’è rotto il bolide!

… il bolide?!?

Bah… una scocciatura di nulla!

Una scocciatura il bolide che si rompe? A questa età? Hai capito la signora?!

O quant’è che ce l’avevi?

Una decina d’anni tutti. Ma andava bene eh! Poi ha cominciato a accendessi una lucina rossa, s’accendeva e si spengeva, s’accendeva e si spengeva, sembrava l’albero di Natale… poi un s’è accesa più. Insomma, il bolide è fermo da tre giorni.

Che buffo, non ce la vedo la signora alla guida, che so, di una Lamborghini Diablo. Però che meraviglia! A questa età, appassionata di auto… Finalmente una che non parla di acciacchi e malattie, ma di bolidi!! Incredibile…

Mi appassiono alla conversazione. Il libro aperto a pagina quarantadue da dieci minuti.

Oh Lidia, a me il bolide mi s’è rotto l’anno passato. Un pianto e un lamento e s’è dovuto ricompra’…

Ah, è un vizio… anche quest’altra signora… Mah, sarà una moda del quartiere.

Oh, vedrai, un si pole mica sta’ col bolide rotto!

Ma hai provato a riparallo?

Seee si spendeva di più che a ricomprallo novo!!

Mah, dipende anche dal bolide… Chissà che auto hanno??

Io l’ho chiamato l’idraulico, ma ha detto che un c’è nulla da fa’…

L’idraulico? Per riparare un’auto, chiamano l’idraulico? Mah… avrà voluto dire il meccanico…

Allora stasera vengono a mette’ quello novo… o bimbi, senz’acqua calda mica ci si po’ sta’!

Peccato. Pensavo di aver trovato un modello a cui ispirarmi in vecchiaia, invece era solo un boiler.

La strada

Parto che è sempre presto. È buio. “Ma dove vai a quest’ora?” mi dicono a casa. Non mi piace arrivare in ritardo e poi metti un contrattempo per strada.

È che mi piace la strada che percorro ogni mattina. Sì la strada, me la voglio godere.  Ti ci vuole mezz’ora per arrivare! – mi dicono. Vero.

Ma volete mettere il paesaggio, sulla strada?

Albeggia: i colori sono ancora pallidi, tra poco, tra qualche chilometro, si sveglieranno anche loro.

Bella la torre di Caprona con questa luce. Quando mi avvicino alla rocca, specie in inverno, è il paesaggio brumoso che circonda il viandante di Caspar D. Friedrich, che viene in mente. Strati di nuvole, nebbia, e in cima la torre,  una prolunga del monte.

Semaforo rosso, menomale sono in anticipo.

Hanno acceso la luce nella casa di fronte, chissà che stanza è, chissà chi ci abita. Mi affascinano le luci nelle case altrui.

Davanti, il mio albero preferito. In autunno si tinge di rosso e dopo, a poco a poco, si spoglia. Lo scorso anno, stessa strada, stessa destinazione, è stata la prima cosa su cui ho posato lo sguardo; me la ricordo quella mattina: un cielo plumbeo che sembrava dovesse precipitarmi addosso e i colori sotto che sembravano esplodere. Le foglie di quell’albero tanto rosse da fare male agli occhi.

Questa strada è un susseguirsi di fotogrammi scattati ogni giorno, da estate a estate: i gialli caldi e chiari che passano al rosso per poi perdersi sui rami brulli su cui rinasce, a primavera, il verde, che pian piano si brucerà al sole della nuova estate.

Il passaggio a livello è chiuso. Va bene, dai, menomale sono in anticipo.

Che luce che c’è stamattina, che pace.

Ci mancava il trattore davanti. Menomale sono in anticipo.

Come sarebbe abitare in questo posto? …sembra accogliente. Si conoscono tutti qui. C’è un  buon odore, di terra, di erba, e di pane. 

Altro semaforo rosso.

Sono quasi arrivata, ancora due curve, l’altro ponticello. Arrivata.  

Menomale sono in anticipo.

La cucina dei ricordi

Laura Baldini

Quando arrivano le feste la memoria corre inevitabilmente a tanti anni fa, quando, bambina, vivevo questi giorni con uno spirito decisamente diverso da quello attuale. Una delle cose che ricordo nitidamente sono i pranzi che organizzavano mia madre e mia nonna, sempre uguali, perché la tradizione, dicevano, va rispettata almeno a Natale. Tra le cose che preparavano, due mi sono rimaste particolarmente impresse: il capitone che, con grande dispiacere di mia madre, non ho mai voluto manco assaggiare e il dolce di mascarpone che ancora, in nome di quella tradizione di cui sopra – e non solo – preparo insieme a mio fratello Andrea.

  1. Il capitone

A casa mia l’ultimo dell’anno iniziava con mia nonna che, appena fatta la spesa da Pallino, si presentava in cucina con una busta di plastica chiusa dentro un’altra busta di plastica che si agitava così tanto (la busta, non la nonna, anzi un po’ si agitava anche la nonna) che a me faceva venire in mente i sacchetti con dentro i conigli nelle mani sapienti di maghi e illusionisti della TV.  Questa è la prima scena che mi si presenta alla mente quando penso alle vigilie dei nuovi anni di tanti anni fa.

Poi iniziava la preparazione vera e propria: la prima fase consisteva nel far scivolare quelle povere bestie nelle due vasche dell’acquaio di cucina piene d’acqua e di una dose di aceto che, secondo mia madre e mia nonna, doveva servire per stordire i capitoni… una specie di anestesia insomma, per gestire meglio la loro messa in pentola o, come pensavo io con l’ingenuità di allora, una sorta di escamotage per ubriacarli e non far loro intendere a quale brutta sorte stavano andando incontro.

La fase successiva, dopo la presa di coscienza, ormai consueta, che l’aceto non aveva fatto granché effetto, era quella, dal mio punto di vista, più comica e grottesca (quella più tragica, se vogliamo considerare il punto di vista del capitone): le bestie sguscianti uscivano infatti dall’acquaio e cominciavo a muoversi sinuose tra le zampe delle sedie di cucina con mia nonna che le inseguiva e mia madre che ripeteva il solito refrain: “È l’ultimo anno che si fa il capitone, un altr’anno si prendono i gamberoni!” e iniziava una lotta furibonda attorno al tavolo di cucina.

Tornavo in cucina quando i capitoni erano già in pentola; ignoro come mia madre e mia nonna riuscissero alla fine a avere la meglio. Ricordo solo, a tavola, la rassegnata delusione di mia madre di fronte al mio categorico rifiuto anche di assaggiarne un solo boccone, in barba all’epica battaglia che si era tenuta in cucina.

2. Il dolce di mascarpone

Accade spesso che un cibo riesca a evocare un nostalgico ricordo di momenti passati, un dolce sapore legato a attimi di felicità.

Il tronchetto di mascarpone era il dolce delle grandi occasioni, quello che mia madre preparava per Natale e per Pasqua. Lo faceva “per i bimbi”, anche quando, io e mio fratello Andrea, bimbi non eravamo più e neanche vivevamo più lì. Tornavamo a casa per le feste e lei, sempre “per i bimbi”, lo faceva.

La cosa curiosa è che né io né Andrea siamo mai stati grandi appassionati di dolci, ma quella torta rappresentava qualcosa di più: una tradizione familiare, un momento che condividevamo tutti insieme, la consapevolezza che un giorno quello sarebbe stato, per dirla con Peter Pan, un pensiero felice.

Da quando mia madre non è più con noi io e mio fratello rinnoviamo ogni anno, per Pasqua e Natale, quel momento. Lo prepariamo insieme il tronchetto di mascarpone – gli ingredienti li porta rigorosamente lui – e usiamo lo stesso stampo che usava nostra madre, un po’ malconcio adesso e arrugginito sugli angoli. Lo portiamo in tavola e iniziamo a tagliarlo: mio fratello sceglie l’estremità, quella che mangiava sempre lei, perché era la parte meno appetibile, quella con meno crema. 

Poi iniziamo a gustarlo, in silenzio, con nostra madre seduta accanto a noi.