Pensiero irrisolto da treno

Se stasera avessi un blog

farei una riflessione. In effetti la sto già facendo, mentre c’è la brinata polverosa lungo i binari sotto i tralicci tra le canne nelle curve tra i due cipressi, sul pelo di un corso d’acqua, polverosa, zuccherosa, lacca. Un mondo laccato.

La riflessione è piuttosto nebulosa, non è detto che troverà chiarimento a breve.

La riflessione è questa: quando finisce?

Stamattina ho preso un treno che era ancora buio e poi sopra il monte è cresciuta un’alba rossa a sfilacci. Dentro un campanile forato e tra i tetti.

È ovvio che il buio finisce quando c’è la luce, e un anno finisce quando c’è il nuovo, al numero trentuno, e una strada a un incrocio e la minestra quando l’ho mangiata e questo viaggio alla stazione di arrivo.

Ma quando è la fine di cose non tangibili, non delimitabili, liquide?

A un balcone sono stese tute arancioni a bande grigie. Stese dritte per intero, la giacca a braccia aperte, i pantaloni allungati, spaventapasseri vuoti rigidi.

Vigneti stecchiti. Barili coperti bossi scolpiti da manodiforbice fuori dalle porte di rustici buttati nel nulla. Un aereo con una scia a cupola una nuvola a zigzag e la massicciata.

Il punto è non proprio capire quando finisce, ma riconoscere la fine e poi dichiararlo, dirselo senza veli, dirlo agli altri, e scriverlo sul diario. È finita.

No, non mi riferisco a una cosa in particolare, a un evento, una passione, un’entità specifica. Anche se in mente ce l’avrei un’idea precisa, anzi, ce l’ho proprio. Adesso, nel treno che rallenta in certe stazioni senza fermarsi.

E non so perché in questo treno surriscaldato mi viene un tale pensiero, ma i segnali di una possibile fine li sto avendo, proprio dentro il treno, che è già un altro e sto seduta qua a destra e invece prima ero sulla sinistra, e sfila un mare basso e cisposo, e nessuno, nessuno sulla spiaggia, anche se sono passate le undici, e la spiaggia arriva subito sulla strada, avessi il mare così in città, ci andrei ogni momento, invece manco una persona con un cane.

Quali sono i sintomi. Che di negativo, peraltro, hanno soltanto il fatto che li ho avvertiti all’improvviso, tipo un infarto. Lo spavento deriva dall’inatteso. Non me lo aspettavo, non lo credevo possibile.

Che non sono invece tanto male, a percepirli, anche se la parola sintomi richiama la malattia, ma questi sono tutt’altro che spiacevoli, un vago senso di libertà, una rilassatezza che non può essere tutta dovuta al riscaldamento infame del treno frecciabianca, un distacco armonioso, se addirittura mangio il panino e non mi interessa che cadano le briciole sulla sciarpa, e non metto il rossetto, e non spio il rudere della chiesa.

È dunque finita quando non cerchi i fantasmi, l’idioma che cambia, quando si è più stanchi dell’idea della ricerca che della stessa rincorsa.

Mi sono addormentata. Filari di ulivi pozzi pale eoliche. Ho un certo fastidio. Certo è fame, ma di più il disagio del nondolore. Assicuro che mi addolora il fatto di non provare dolore, forse a un certo punto, sul disco, non c’è spazio per certe sofferenze e quello restante va riservato. Però mi dispiace, il non dolore. Certo, troppi mari, in mezzo, malintesi, tempo e nessun litigio.

Peccato che sia finita. Perché è proprio finita. Lo so. E non so che fine fanno tutte le cose della cosa vecchia, dove restano, se restano, una cosa che è durata cinquant’anni è una cosa grossa, compreso l’esilio, compresa la rabbia, e tutti i posti e gli aneddoti e i fatti, dove si mettono.

C’è una riserva obbligatoria a cui attingere? E poi, soprattutto, una cosa grossa che è durata cinquant’anni e era sempre più grossa, e indispensabile e senza scampo e dolorosa, può essere sostituita da un’altra, così, senza pudore? Cioè una cosa finisce sempre perché ce n’è una nuova dietro l’angolo? Un inizio bello, appassionato, giovane – e mi dispiace davvero, ma per dirla tutta era già cominciata anni fa, lo devo confessare, nata e spenta subito, ma mi sentivo in colpa, tradire le cose grosse coi cugini, dannati, ricchi, coraggiosi, sfrontati, e, meno complicati, che puzzavano meno di morte.

La riflessione era nebulosa, ore fa, e tale è rimasta, e necessita di ulteriore approfondimento. Lo farò in seguito, a rate, scesa da questo treno, nel diario o durante le notti che verranno.

Intanto vado, che è sera, un principio di sera. Tutta una luce, una mitezza, un colore appagato dell’aria. La terrazza in cima ai binari. Un angolo giro.

Le lusinghe finte di un inizio, è chiaro, ma mi sa proprio che l’altra cosa è finita. Per ora.

Marcovaldo non abita a Pisa

Se stasera avessi un blog

forse prenderei posizione. Che questa era una delle intenzioni del giornalino in rete.

La prenderei su una questione tutta pisana, sorta sul riluttante tramonto dell’anno in corso, credo fosse autunno. Una questione su cui molti si sono espressi. Che a tratti mi ha provocato rabbia, il più delle volte mi ha fatto sorridere, manco so bene perché. Mi ha fatto sorridere questa cosa del pugno battuto sul tavolo, il velafacciovedereioatutti.

Ma sul finire dell’anno, con la questione ancora in bilico, regalo a qualcuno una chicca di letteratura. E chi non l’ha letta, da bambino, quella pagina di Calvino su una libera dormita, disturbata da idranti per aiuole, fidanzati in crisi e semafori, in una notte afosa, su una panchina. Con buona pace dell’agente Torquanici.

Perché la letteratura ci salverà.

Estate

La villeggiatura in panchina

Andando ogni mattino al suo lavoro, Marcovaldo passava sotto il verde d’una piazza alberata, un quadrato di giardino pubblico ritagliato in mezzo a quattro vie. Alzava l’occhio tra le fronde degli ippocastani, dov’erano più folte e solo lasciavano dardeggiare gialli raggi nell’ombra trasparente di linfa, ed ascoltava il chiasso dei passeri stonati ed invisibili sui rami. A lui parevano usignoli; e si diceva: «Oh, potessi destarmi una volta al cinguettare degli uccelli e non al suono della sveglia e allo strillo del neonato Paolino e all’inveire di mia moglie Domitilla!» oppure: «Oh, potessi dormire qui, solo in mezzo a questo fresco verde e non nella mia stanza bassa e calda; qui nel silenzio, non nel russare e parlare nel sonno di tutta la famiglia e correre di tram giù nella strada; qui nel buio naturale della notte, non in quello artificiale delle persiane chiuse, zebrato dal riverbero dei fanali; oh, potessi vedere foglie e cielo aprendo gli occhi!» Con questi pensieri tutti i giorni Marcovaldo incominciava le sue otto ore giornaliere – più gli straordinari – di manovale non qualificato.

C’era, in un angolo della piazza, sotto una cupola d’ippocastani, una panchina appartata e seminascosta. E Marcovaldo l’aveva prescelta come sua. In quelle notti d’estate, quando nella camera in cui dormivano in cinque non riusciva a prendere sonno, sognava la panchina come un senza tetto può sognare il letto d’una reggia. Una notte, zitto, mentre la moglie russava ed i bambini scalciavano nel sonno, si levò dal letto, si vestì, prese sottobraccio il suo guanciale, uscì e andò alla piazza. Là era il fresco e la pace. Già pregustava il contatto di quegli assi d’un legno – ne era certo – morbido e accogliente, in tutto preferibile al pesto materasso del suo letto; avrebbe guardato per un minuto le stelle e avrebbe chiuso gli occhi in un sonno riparatore d’ogni offesa della giornata.

Il fresco e la pace c’erano, ma non la panca libera. Vi sedevano due innamorati, guardandosi negli occhi. Marcovaldo, discreto, si ritrasse. «È tardi, –pensò, – non passeranno mica la notte all’aperto! La finiranno di tubare! »

Ma i due non tubavano mica: litigavano. E tra due innamorati un litigio non si può dire mai a che ora andrà a finire.

Lui diceva: – Ma tu non vuoi ammettere che dicendo quello che hai detto sapevi di farmi dispiacere anziché piacere come facevi finta di credere? Marcovaldo capì che sarebbe andata per le lunghe.

– No, non l’ammetto, – rispose lei, e Marcovaldo già se l’aspettava.

– Perché non l’ammetti?

– Non l’ammetterò mai.

«Ahi», pensò Marcovaldo. Col suo guanciale stretto sotto il braccio, andò a fare un giro. Andò a guardare la luna, che era piena, grande sugli alberi e i tetti. Tornò verso la panchina, girando un po’ al largo per lo scrupolo di disturbarli, ma in fondo sperando di dar loro un po’ di noia e persuaderli ad andarsene. Ma erano troppo infervorati nella discussione per accorgersi di lui.

– Allora ammetti?

– No, no, non lo ammetto affatto! Ma ammettendo che tu ammettessi?

– Ammettendo che ammettessi, non ammetterei quel che vuoi farmi ammettere tu! Marcovaldo tornò a guardare la luna, poi andò a guardare un semaforo che c’era un po’ più in là. Il semaforo segnava giallo, giallo, giallo, continuando ad accendersi e riaccendersi. Marcovaldo confrontò la luna e il semaforo. La luna col suo pallore misterioso, giallo anch’esso, ma in fondo verde e anche azzurro, e il semaforo con quel suo gialletto volgare. E la luna, tutta calma, irradiante la sua luce senza fretta, venata ogni tanto di sottili resti di nubi, che lei con maestà si lasciava cadere alle spalle; e il semaforo intanto sempre lì accendi e spegni, accendi e spegni, affannoso, falsamente vivace, stanco e schiavo.

Tornò a vedere se la ragazza aveva ammesso: macché, non ammetteva, anzi non era più lei a non ammettere, ma lui. La situazione era tutta cambiata, ed era lei che diceva a lui: – Allora, ammetti? – e lui a dire di no. Così passò mezz’ora. Alla fine lui ammise, o lei, insomma Marcovaldo li vide alzarsi e andarsene tenendosi per mano.

Corse alla panchina, si buttò giù, ma intanto, nell’attesa, un po’ della dolcezza che s’aspettava di trovarvi non era più nella disposizione di sentirla, e anche il letto di casa non lo ricordava più così duro. Ma queste erano sfumature, la sua intenzione di godersi la notte all’aperto era ben ferma: sprofondò il viso nel guanciale e si dispose al sonno, a un sonno come da tempo ne aveva smesso l’abitudine.

Ora aveva trovato la posizione più comoda. Non si sarebbe spostato d’un millimetro per nulla al mondo. Peccato soltanto che a stare così, il suo sguardo non cadesse su di una prospettiva d’alberi e ciclo soltanto, in modo che il sonno gli chiudesse gli occhi su una visione di assoluta serenità naturale, ma davanti a lui si succedessero, in scorcio, un albero, la spada d’un generale dall’alto del suo monumento, un altro albero, un tabellone delle affissioni pubbliche, un terzo albero, e poi, un po’ più lontano, quella falsa luna intermittente del semaforo che continuava a sgranare il suo giallo, giallo, giallo. Bisogna dire che in questi ultimi tempi Marcovaldo aveva un sistema nervoso in così cattivo stato che, nonostante fosse stanco morto, bastava una cosa da nulla, bastava si mettesse in testa che qualcosa gli dava fastidio, e lui non dormiva. E adesso gli dava fastidio quel semaforo che s’accendeva e si spegneva. Era laggiù, lontano, un occhio giallo che ammicca, solitario: non ci sarebbe stato da farci caso. Ma Marcovaldo doveva proprio essersi buscato un esaurimento: fissava quell’accendi e spegni e si ripeteva: «Come dormirei bene se non ci fosse quell’affare! Come dormirei bene! » Chiudeva gli occhi e gli pareva di sentire sotto le palpebre l’accendi e spegni di quello sciocco giallo; strizzava gli occhi e vedeva decine di semafori; li riapriva, era sempre daccapo.

S’alzò. Doveva mettere uno schermo tra sé e il semaforo. Andò fino al monumento del generale e guardò intorno. Ai piedi del monumento c’era una corona d’alloro, bella spessa, ma ormai secca e mezzo spampanata, montata su bacchette, con un gran nastro sbiadito: «I Lancieri del Quindicesimo nell’Anniversario della Gloria». Marcovaldo s’arrampicò sul piedestallo, issò la corona, la infilò alla sciabola del generale.

Il vigile notturno Tornaquinci in perlustrazione attraversava la piazza in bicicletta; Marcovaldo s’appostò dietro la statua. Tornaquinci aveva visto sul terreno l’ombra del monumento muoversi: si fermò pieno di sospetto. Scrutò quella corona sulla sciabola, capì che c’era qualcosa fuori posto, ma non sapeva bene che cosa. Puntò lassù la luce d’una lampadina a riflettore, lesse: «I Lancieri del Quindicesimo nell’Anniversario della Gloria», scosse il capo in segno d’approvazione e se ne andò.

Per lasciarlo allontanare, Marcovaldo rifece il giro della piazza. In una via vicina, una squadra d’operai stava aggiustando uno scambio alle rotaie del tram. Di notte, nelle vie deserte, quei gruppetti d’uomini accucciati al bagliore dei saldatori autogeni, e le voci che risuonano e poi subito si smorzano, hanno un’aria segreta come di gente che prepari cose che gli abitanti del giorno non dovranno mai sapere. Marcovaldo si avvicinò, stette a guardare la fiamma, i gesti degli operai, con un’attenzione un po’ impacciata e gli occhi che gli venivano sempre più piccoli dal sonno. Cercò una sigaretta in tasca, per tenersi sveglio, ma non aveva cerini. – Chi mi fa accendere? – chiese agli operai. – Con questo? –disse l’uomo della fiamma ossidrica, lanciando un volo di scintille.

Un altro operaio s’alzò, gli porse la sigaretta accesa. – Fa la notte anche lei?

– No, faccio il giorno, – disse Marcovaldo.

– E cosa fa in piedi a quest’ora? Noi tra poco si smonta.

Ritornò alla panchina. Si sdraiò. Ora il semaforo era nascosto alla sua vista; poteva addormentarsi, finalmente.

Non aveva badato al rumore, prima. Ora, quel ronzio, come un cupo soffio aspirante e insieme come un raschio interminabile e anche uno sfrigolio, continuava a occupargli gli orecchi. Non c’è suono più struggente di quello d’un saldatore, una specie d’urlo sottovoce. Marcovaldo, senza muoversi, rannicchiato com’era sulla panca, il viso contro il raggrinzito guanciale, non vi trovava scampo, e il rumore continuava a evocargli la scena illuminata dalla fiamma grigia che spruzzava scintille d’oro intorno, gli uomini accoccolati in terra col vetro affumicato davanti al viso, la pistola del saldatore nella mano mossa da un tremito veloce, l’alone d’ombra intorno al carrello degli attrezzi, all’alto castello di traliccio che arrivava fino ai fili. Aperse gli occhi, si rigirò sulla panca, guardò le stelle tra i rami. I passeri insensibili continuavano a dormire lassù in mezzo alle foglie. Addormentarsi come un uccello, avere un’ala da chinarci sotto il capo, un mondo di frasche sospese sopra il mondo terrestre, che appena s’indovina laggiù, attutito e remoto. Basta cominciare a non accettare il proprio stato presente e chissamai dove s’arriva: ora Marcovaldo per dormire aveva bisogno d’un qualcosa che non sapeva bene neanche lui, neppure un silenzio vero e proprio gli sarebbe bastato più, ma un fondo di rumore più morbido del silenzio, un lieve vento che passa nel folto d’un sottobosco, o un mormorio d’acqua che rampolla e si perde in un prato.

Aveva un’idea in testa e s’alzò. Non proprio un’idea, perché mezzo intontito dal sonno che aveva in pelle in pelle, non spiccicava bene alcun pensiero; ma come il ricordo che là intorno ci fosse qualche cosa connessa all’idea dell’acqua, al suo scorrere garrulo e sommesso.

Difatti c’era una fontana, lì vicino, illustre opera di scultura e d’idraulica, con ninfe, fauni, dèi fluviali, che intrecciavano zampilli, cascate e giochi d’acqua. Solo che era asciutta: alla notte, d’estate, data la minor disponibilità dell’acquedotto, la chiudevano. Marcovaldo girò lì intorno un po’ come un sonnambulo; più che per ragionamento per istinto sapeva che una vasca deve avere un rubinetto. Chi ha occhio, trova quel che cerca anche a occhi chiusi. Aperse il rubinetto: dalle conchiglie, dalle barbe, dalle froge dei cavalli si levarono alti getti, i finti anfratti si velarono di manti scintillanti, e tutta quest’acqua suonava come l’organo d’un coro nella grande piazza vuota, di tutti i fruscii e gli scrosci che può fare l’acqua messi insieme. Il vigile notturno Tornaquinci, che ripassava in bicicletta nero nero a mettere bigliettini sotto gli usci, al vedersi esplodere tutt’a un tratto davanti agli occhi la fontana come un liquido fuoco d’artificio, per poco non cascò di sella.

Marcovaldo, cercando d’aprir gli occhi meno che poteva per non lasciarsi sfuggire quel filo di sonno che gli pareva d’aver già acchiappato, corse a ributtarsi sulla panca. Ecco, adesso era come sul ciglio d’un torrente, col bosco sopra di lui, ecco, dormiva.

Sognò un pranzo, il piatto era coperto come per non far raffreddare la pasta. Lo scoperse e c’era un topo morto, che puzzava. Guardò nel piatto della moglie: un’altra carogna di topo. Davanti ai figli, altri topini, più piccoli ma anch’essi mezzo putrefatti. Scoperchiò la zuppiera e vide un gatto con la pancia all’aria, e il puzzo lo svegliò.

Poco distante c’era il camion della nettezza urbana che va la notte a vuotare i tombini dei rifiuti. Distingueva, nella mezzaluce dei fanali, la gru che gracchiava a scatti, le ombre degli uomini ritti in cima alla montagna di spazzatura, che guidavano per mano il recipiente appeso alla carrucola, lo rovesciavano nel camion, pestavano con colpi di pala, con voci cupe e rotte come gli strappi della gru: – Alza… Molla… Va’ in malora… – e certi cozzi metallici come opachi gong, e il riprendere del motore, lento, per poi fermarsi poco più in là e ricominciare la manovra.

Ma il sonno di Marcovaldo era ormai in una zona in cui i rumori non lo raggiungevano più, e quelli poi, pur così sgraziati e raschianti, venivano come fasciati da un alone soffice d’attutimento, forse per la consistenza stessa della spazzatura stipata nei furgoni: ma era il puzzo a tenerlo sveglio, il puzzo acuito da un’intollerabile idea di puzzo, per cui anche i rumori, quei rumori attutiti e remoti, e l’immagine in controluce dell’autocarro con la gru non giungevano alla mente come rumore e vista ma soltanto come puzzo. E Marcovaldo smaniava, inseguendo invano con la fantasia delle narici la fragranza d’un roseto.

Il vigile notturno Tornaquinci si sentì la fronte madida di sudore intravedendo un’ombra.

 umana correre carponi per un’aiola, strappare rabbiosamente dei ranuncoli e sparire. Ma pensò essersi trattato o d’un cane, di competenza degli accalappiacani, o d’un’allucinazione, di competenza del medico alienista, o d’un licantropo, di competenza non si sa bene di chi ma preferibilmente non sua, e scantonò.

Intanto, Marcovaldo, ritornato al suo giaciglio, si premeva contro il naso il convulso mazzo di ranuncoli, tentando di colmarsi l’olfatto del loro profumo: poco ne poteva però spremere da quei fiori quasi inodori; ma già la fragranza di rugiada, di terra e d’erba pesta era un gran balsamo. Cacciò l’ossessione dell’immondizia e dormì. Era l’alba.

Il risveglio fu un improvviso spalancarsi di ciclo pieno di sole sopra la sua testa, un sole che aveva come cancellato le foglie e le restituiva alla vista semicieca a poco a poco. Ma Marcovaldo non poteva indugiare perché un brivido l’aveva fatto saltar su: lo spruzzo d’un idrante, col quale i giardinieri del Comune innaffiano le aiole, gli faceva correre freddi rivoli giù per i vestiti. E intorno scalpitavano i tram, i camion dei mercati, i carretti a mano, i furgoncini, e gli operai sulle biciclette a motore correvano alle fabbriche e le saracinesche dei negozi precipitavano verso l’alto, e le finestre delle case arrotolavano le persiane, e i vetri sfavillavano. Con la bocca e gli occhi impastati, stranito, con la schiena dura e un fianco pesto, Marcovaldo correva al suo lavoro.

La scatola del Natale

Se stasera avessi un blog

Certo parlerei della scatola del Natale. Che non è sempre la stessa. Tra le tante da riciclare, quella che capita. E, in verità, neanche della scatola del Natale vorrei parlare, ma del messaggio dentro la scatola del Natale.

Di lugubre il gesto è lugubre, almeno nelle intenzioni di tredicenne leopardiana depressa. Le intenzioni tali e quali sono rimaste, negli anni, pure se ho sostituto un più equilibrato Neruda a un mesto Leopardi.

Insomma il rito del messaggio è rimasto. È un messaggio da post Natale, quando, dopo un bel po’ di convivenza, smonto l’albero, intorno ai primi di gennaio, che ormai non ne posso più pure del Natale, iniziato spesso con le castagne.

Quando tutti dicono tienilo fino alla Befana, così si fa, ma a me piace cominciare subito e finire quando decido che è finito.

Quando incarto le palline, i fiocchetti e pure le carte da regalo, i regali brutti e quelli così e così, l’anno prossimo risparmio, almeno coi conoscenti, le lanterne, le renne, i cuori, gli gnomi, le candele a tema, e penso, gennaio è iniziato ieri, un altro anno davanti, e infilo un messaggio per me tra dieci mesi. Un messaggio da Torquemada fatto in casa, su un foglio di quaderno, o uno scontrino, o il retro del volantino pubblicitario di pizza a domicilio.

Hai comprato la casa nuova? L’hai pubblicato il libro? Hai cambiato strada? Stai bene? E, soprattutto, sei ancora viva?

A novembre prossimo, la me di tra undici mesi leggerà il messaggio e risponderà.

Quest’anno ho risposto che sì, sono ancora viva. No, niente di nuovo. Anzi sì. Che stasera, di nuovo, ho questo diario, poco tematico, molto artigianale, senza meta, che vedremo se sopravvive alla scatola del Natale.