tavernaProust. La rubrica del martedì

Riso al sugo di carne mista

400 gr di riso Roma o riso Originario

250 gr di polpa di manzo macinata

250 gr di polpa di maiale macinata

2 fegatini di pollo

100 gr di pasta di salsiccia

500 gr di passata di pomodoro

una cipolla

una costa di sedano

una carota piccola

un bicchiere di vino rosso

un pizzico di cannella

un pizzico di timo

un pizzico di noce moscata

una noce di burro

olio evo

sale

pepe

Che poi a me il riso non piace nenche tanto. È il cibo dell’ammalato, delle indigestioni, delle indisposizioni da influenza. Un pasto col riso è sprecato, praticamente inutile, rimediato.

E così mi dovrei chiedere perché, in questo posto, sciupino un ragù simile col riso. Perché non ci condiscano gli spaghetti, due maltagliati, meglio ancora qualche tordello tipico della Garfagnana.

Non me lo chiedo mai.

Il posto non mi ricordo come si chiama. Di certo c’è ancora. Dietro la scuola, in una via in discesa, con l’acciottolato così scivoloso che, mi ricordo, devo tenermi ai muri.

Dietro la scuola o davanti?

Insomma siamo a Barga negli anni novanta. Abito a sessanta chilometri e le riunioni iniziano alle cinque, che bisogna aspettare la fine dei turni pomeridiani.

Così le riunioni – sempre le stesse, nella scuola, lunghe, noiose, soporifere, strutturalmente inutili, vettori di infinite tristezze, mentre guardi il cielo e lo sai che pioverà o nevicherà nel bel mezzo del viaggio di ritorno – termineranno non prima di tre ore. A casa alle dieci, se va bene.

Se la frana su un lato non costringerà – che la variante ancora non l’hanno costruita – a una gincana tra un lato e l’altro del fiume.

Con la radio accesa.

Senza cellulare.

La compagnia dei colleghi da smistare, uno nel parcheggio dell’Esselunga, uno all’incrocio, uno alle suore.

Con l’ultimo pezzo di strada da sola.

Con la nebbia, la pioggia, mentre la prima neve è rimasta indietro.

Non sono di queste parti, e questa strada e questi monti ho dovuto impararli tutti insieme.

Ma sono gli anni novanta e ancora molto sembra possibile. Basta arrivare a casa, che domani alle quattro e mezzo di nuovo in piedi e di nuovo qua, verso su, nebbia, frana, la compagnia dei colleghi da ricomporre, uno al parcheggio dell’Esselunga, uno all’incrocio, uno alle suore.

Avete dormito.

Non mi è sembrato di essere mai tornato a casa.

Se aumenta la neve, ci fermiamo qui.

In questo strano mestiere da insegnante, mestiere zingaro, girovago, ballerino, il cuore si lascia un po’ qui e un po’ là. Non c’è una ragione per cui il cuore sceglie di rimanere, in porzioni, in una scuola o in un’altra. Non c’entrano gli alunni, i colleghi. Forse la luce delle aule, forse il quadro che si fa largo nelle finestre durante la lezione.

Così a Barga, prima delle riunioni, scesa la via lucida lastricata di pioggia, si entra in un bar che è anche una trattoria. Ci si può rimanere per ore. Fuori la neve, la pioggia o la nebbia, la strada sdrucciolevole pericolosa, la strada che aspetta dopo, al buio, insidiosa.

Portano questo riso bianco con un ragù di carne mista. Non è un risotto, ma solo riso lesso condito con un sugo denso, tirato, un impasto più che una salsa. Lo portano su certi vassoi di ceramica bianca senza alcuna pretesa, lisci, dozzinali, ma grandi, ovali spropositati di riso e sugo già coperto di parmigiano, e il vapore si attacca alla porta a vetri che divide la panche della trattoria dai quattro tavolini del bar, e ci si serve a cucchiaiate, si mangia solo questo, riso e riso.

Tanto riso, montagne di riso rosso, di macinato.

C’è la macchina del caffè.

Al tavolo accanto alcuni muratori pranzano.

Il buio viene giù in una volta sola.

C’è Barga e la Collegiata e i palazzi.

C’è Barga e la via degi antiquari e i mercanti d’arte.

Una collana di perle che compro a due soldi e pare sia di una nobile in disgrazia.

Gli scozzesi, nelle loro ville, che si dice, si sono comprati il paese per intero.

In una terrina mettere a soffriggere le vedure nell’olio. Aggiungere tutta la carne macinata, i fegatini a pezzetti, la pasta di salsiccia. Far rosolare e sfumare col vino rosso.

Aggiungere le spezie, poco sale, il pepe. Da ultima, la passata di pomodoro.

E poi lasciare che cuocia, tanto, ore, che tutto il vapore venga su e copra la porta a vetri; che cuocia per ore, c’è da aspettare che aprano i negozi d’arte, e la nebbia sul selciato s’asciughi, e la neve si posi, e la pioggia scenda a valle.

Che cuocia fino a che la riunione è finita, tutti sono rientrati a casa, nei loro letti, insegnanti, muratori e scozzesi.

Lessare il riso e condirlo con il sugo di carne, nel quale, infine, sarà stata sciolta la noce di burro.

Servire nel vassoio più generoso che c’è in casa. Maggiore il vassoio, più grande il conforto.

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Salsicce in interno londinese


Leinster Arms
17 Leinster Terrace, Bayswater, London W2 3EU

La taverna dei ricordi ritrova, oggi, un piatto di salsicce Cumberland in un pub a due passi da Kensington Gardens e a quattro da Hyde Park. Fermata della metropolitana, Lancaster Gate.

Un piatto di salsicce Cumberland nella luce di un interno londinese.

Le Cumberland sono salsicce tradizionali che provengono dalla Contea di Cumbria. Versione corta di quelle più lunghe di cinquanta centimetri, si pensa siano state introdotte dai migranti tedeschi, arrivati qui per lavorare nelle miniere della zona durante il XVI secolo. Sono di maiale, piccanti, la carne è a grana grossa. Come queste, che sono speziate e grosse anche loro.

Agosto freddo. L’acquerugiola solita.

La Londra dei pub, caldi.

La Londra delle mille razze, calde.

C’è un ragazzo bellissimo, dalla pelle così lucida, e così dolce, e con un sorriso così largo che ho pensato, se avessi avuto un figlio, sarebbe stato così dolce e largo nel sorriso.

Le salsicce sono pepate, calde e servite col classico purè e i pisellini. I bicchieri di birra invitano, another round?

Ce n’è sempre un altro, di giro, nella maggior parte dei casi.

Ci sarei voluta tornare, ma poi non so che cosa sia successo, che cosa succede. Ci sarei tornata tutte le sere, per quelle salsicce calde, il pepe, il brodo, la caramellata di cipolle da rubare al compagno di cena che ha preso salsicce diverse.

C’è un calore dolce, in questo posto a due passi da Kensington Gardens e a quattro da Hyde Park. Uno dei ricordi è rimasto lì.

Può stare un ricordo in un piatto di salsicce? Non meno che in una flûte di champagne.

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Torta salata alle erbe di campagna

Per la pasta

400 gr di farina 00

150 gr di latte intero

un cucchiaio di olio evo

sale

mezzo cucchiaino di zucchero

un panetto di lievito di birra

Per il ripieno

500 gr di erbette di campo (pulite)

un uovo

200 gr ricotta

parmigiano

sale e pepe

A Bari eravano studentesse fuorisede.

Stavamo in una casa insieme a una donna anziana, molto anziana, che, sono convinta – non avendo notizie in altro senso – sia ancora viva. Sono certa che sia sempre lì, abbia ormai oltre 120 anni e, come allora, affitti camere a studentesse.

La signora era molto anziana, dunque, le eravamo state affidate da genitori ansiosi e conservatori.

La signora era dunque molto anziana e particolarmente parsimoniosa. Nella retta erano compresi pranzo e cena. E così era: a pranzo molte minestre di fagioli, la sera, fette di mortadella, wurstel scaduti da un pezzo e petti di pollo secchi.

Ma certe volte, solo alcune, la signora anziana preparava questa torta. In casa non le piaceva rimanere. Lavorava, la vecchia, nell’ufficio parrochiale sotto casa. E là le piaceva stare, col prete e le altre donne, a sistemare l’altare per la messa, a spinare le rose per Santa Rita.

Così, prima di uscire, impastava la massa, la spianava e la riempiva. Così, tutta pronta, lasciava la torta a lievitare nella teglia.

E quella lievitava tutto il pomeriggio, pasta e erbe e ricotta insieme, noi studiavamo e quella lievitava, rubavamo dalla credenza due dita di liquore con le fragole di bosco, e quella lievitava, il piano bar, all’interno del palazzo, apriva la musica, un cane abbaiava, si illuminava l’archivio nello studio dell’avvocato, e quella lievitava.

Guardavamo il forno spento. La torta lievitava, si alzava portandosi dietro il ripieno, fuoriusciva dai bordi, morbidissima per il latte, e scaldata dall’attesa di quella cena che era un regalo, un’eccezione.

La vecchia rientrava alle otto, il forno era a gas, la cena era pronta nel giro di poco.

La torta alle erbe la faceva in questo modo, abbandonata a lievitare per conto suo, autonoma, perché doveva sbrigarsi, la signora, aveva una gran fretta di vivere, e le verdure gliele aveva portate un conoscente già pulite.

Non ci metteva niente altro che quattro ingredienti, nessuna spezia, chessò, un pizzico di noce moscata, un pezzetto di mozzarella per arricchire l’impasto, forse per l’avarizia, ma di più per quella gran fretta di vivere che la faceva fuggire lontano dalle cose di casa.

La fotografo così, la torta, cruda, perché in questo sta il bello, nella lievitazione dell’attesa, l’attesa che arrivasse la cena speciale con le ragazze che ancora stanno nella parte più profonda del cuore. Tutte le ragazze della casa, compresa la vecchia.

In una ciotola lavorare velocemente la farina con il latte intero (a temperatura ambiente); poi, di fretta, versare un cucchiaio di olio e il lievito che sarà stato prima sciolto in acqua tiepida e zucchero. Salare.

Foderare con la pasta una tortiera, precedente imburrata e infarinata.

Versare, di fretta, il ripieno: le erbette saltate in padella e mescolate, poi, una volta fredde, con un uovo, la ricotta, una manciata di parmigiano, sale e pepe.

Mettere a lievitare nel forno spento, per qualche ora, finchè non tornate a casa.

Cuocere per 40 minuti a 180 gradi.

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Vermut a Madrid

Taberna Casa Ambrosio
Calle de la Bolsa,3
Madrid

Taberna Casa Ambrosio, Calle de la Bolsa, 3. Madrid

Il vermut della casa è alla spina, secco, forse appena chinato, artigianale.

Il posto è piccolo e caldo e fuori fa freddo.

Si sta stretti su sgabelli di legno quadrati e tavolini, e ogni sera ci facciamo largo per entrare.

Ma si sta bene, piove e qualcuno resta in piedi, fuori, sotto la pioggia, o sulla soglia. Qualcuno, dentro, accenna a un ballo di allegria.

Non si può parlare, dal rumore, dal vociare. Si beve. Si deve solo bere vermut.

Portano olive, tre fettine di salame e pecorino.

Non so che ore siano, l’ora del vermut allunga la vita. Quello alla spina, poi.

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Tortilla di patate a Siviglia

patate 600 gr circa

5 uova grandi

una cipolla bianca

parmigiano grattugiato (opzionale)

sale

pepe nero

noce moscata

vino bianco

olio di semi di girasole

La tortilla di patate, in Spagna, l’ho trovata ovunque. A ogni ora, in ogni bar. A volte morbida e alta, altre, bassa e più consistente.

A Madrid, una mattina di ottobre fredda e piovosa come l’intera settimana che l’aveva preceduta, era presto, chiudemmo fuori il vento e sul bancone ne arrivarono dodici, dodici torte calde, umide di uovo ancora non rassodato. Le servirono col caffè.

Ma quella che ricordo oggi sta a Siviglia, nel bar all’angolo di Alameda de Hércules, quattro tavoli all’aperto sulla piazza, la ragazza attraversa la strada coi piatti e i bicchieri in equilibrio, sul terrazzo di fronte, sotto un tendalino, apparecchiano, penso che sistemano già per il pranzo dell’indomani, giorno di Pasqua, è un sabato santo caldo, la piazza trasuda gente, birra, giovani studenti, turisti, bambini, cani, disperati e poliziotti dalla vicina stazione, sono ore che sto in questa piazza, e lei ondeggia gioia e musica.

La luce fa tardi.

Lì vicino, gli incappucciati del sabato santo parcheggiano le moto e si avviano al ritrovo per la processione serale, strano impasto di sacralità, traffico e vesti religiose che frusciano veloci lasciandosi dietro gli impegni terreni della giornata.

La donna del bar porta un Verdejo. È ghiacciato. Vedo la tortilla mentre la taglia, piccola, alta, una tortina morbida, quasi fredda che non si senta l’uovo, in questa serata calda di primaveraestate.

Domani vado via. Sai quegli amori improvvisi, che basta uno sguardo e dici, non ne uscirò, anche se dopo l’estate ognuno torna a casa, certo che ci scriveremo, certo che ci ritroviamo.

Voglio restare qui, vivere solo di notte, quattro ubriachi allegri nella strada, l’ostello con la prolunga delle lampadine che passa sotto le porte, e il profumo di tortilla in ogni bar.

E questa tortilla – che non ha l’erbetta aromatica come al bar della Cattedrale, troppo simile alla frittata italiana, né i gamberi nell’impasto come all’apertivo sul Guadalquivir, mentre un’altra Madonna attraversa il ponte – ha un sapore lontano, una spezia, noce moscata? chiedo in italiano.

La donna del bar mi fa , mastica una parola tipo vecchio, ma forse vuol dire antico, fa uno svolazzo con le dita, allarga il taglio della fetta, come a premiarmi per aver scoperto e condiviso il suo segreto, e pure il secondo bicchiere di vino mi sembra lo riempia di più.

E questa tortilla è la migliore che ricordi, la moneta nella fontana.

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Affettare la cipolla, scottarla in acqua e sale. Eliminare l’acqua di cottura (che la tortilla serve anche a colazione, deve conquistarsi una certa leggerezza) e stufare la cipolla con un cucchiaino di olio e un dito di vino bianco.

Le patate vanno lessate, non fritte, magari una mezza cottura, che restino sode.

Tagliarle a cubetti.

Sbattere le uova con il sale, il pepe e il parmigiano (una variante opzionale, gli spagnoli non lo prevedono). Unire patate, cipolle, noce moscata. Direi di abbondare, col sapore antico.

Cuocere la tortilla da entrambe le parti, con olio di semi di girasole, in una padella col diametro corto, che venga alta e morbida.

Servire tiepida, come quella sera sivigliana.

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Agnello alla martinese: la non rinuncia

Agnello, tutti i pezzi, 1 Kg

Salsicccia (tipo luganega), meglio se zampine pugliesi, 400 gr

Patate 700 gr

Una cipolla bionda

Vino bianco

Prezzemolo

Pecorino (tipo Rodez)

Pepe

Sale fino

Olio EVO

Ho trovato la trattoria su internet, esiste ancora, ma non la riconosco, non so se sia dovuto a una radicale ristrutturazione. I trulli dovrebbero essere quelli, ma l’esterno è diverso, c’erano monticelli di terra e un terrapieno dal quale saltare, ma sulle immagini del sito non mi pare ci siano più. Tutto è pulito e nuovo.

Ci andavamo di domenica, con i nonni. Sulla strada, dopo il pranzo, i piscialetti e le more, ma non da mangiare che la via era polverosa e mia madre diceva che non ci si poteva fidare, pure se la polvere di campagna era buona.

Sul menù questo piatto oggi non compare, e manco su altri, ristoranti, trattoria e beccherie che cucinano carne al fornello, ma io me lo ricordo. Mi ricordo il calore di tutto quello che poteva desiderarsi, non era necessario scegliere, non ci si andava mai d’estate, c’era freddo e era un piatto di calore. Il piatto della non rinuncia, del condominio ben attrezzato, della convivenza con la cremina.

Lo cucino in inverno, di sera. E così ci vengono tutti, mia sorella che ha una montagna di capelli ricci, e stasera, invece di telefonarmi, in un secondo ha fatto un salto di chilometri e poi torna in ufficio, e i nonni, mia nonna che cammina piano e il nonno col vestito grigio e il panciotto, pure i miei genitori che quelle giornate le avrebbero evitate volentieri, vengono i paesaggi sbiaditi da foto anni settanta, i mille muretti a secco che mi stanno nel cervello tipo ossessione e che mi servono per dividere, organizzare, selezionare, ordinare, prima e dopo, qua e là, tanto non tengono calce, una spallata e cadono.

Il languore del ritorno, sei persone in macchina accompagnando i nonni a casa.

Il tegame dovrebbe essere di alluminio, rotondo, che la roba, sotto, ci si deve attaccare. Olio di oliva, neanche tanto. Agnello, tutti i pezzi, a volte c’era il capretto, ma era una raffinatezza, solo mio nonno lo trovava nella macelleria di fiducia e qualche volta, se non soddisfatto, faceva lo sgarbo e cambiava fornitore.

L’agnello oggi si marina, per toglierne l’odore importante. Non lo faccio, mia nonna non lo faceva, che l’agnello di agnello deve sapere.

Dunque si mette tutto insieme, è un piatto facile, veloce: i pezzi di agnello, innanzittutto, il cosciotto tagliato a pezzi, le costolette, il collo. Mio nonno si faceva incartare la testina che ricompariva in frigo, poggiata a vista, nuda, appuntita, pallida, che guardava all’esterno, verso la cucina col suo occhio vitreo.

Poi la cipolla bianca tagliata a fette grossolane, le patate a spicchi, le salsicce. Che non erano di maiale, in quel posto fuori Martina Franca: per una commistione di territori confinanti, addirittura di province, le salsicce erano di carne bovina, le zampine, che adesso si trovano facilmente in Puglia, ma più di quarant’anni fa erano una cosa nuova, e strana, che mio nonno non amava.

Adesso che sto altrove, la salsiccia la compro di suino, sottile, e la taglio a pezzetti pensando che sia l’altra.

Il vino va spruzzato solo sull’agnello, non sulle patate, che altrimenti si ammollano. Salare pochissimo, in maniera selettiva.

La prima rosolatura in tegame, una decina di minuti. Versare mezzo bicchiere d’acqua e infine cottura in forno, fino a quando è cotto. Credo bastino quaranta minuti a 180 gradi, ma bisogna stare attenti, che la carne resti morbida e si formi la crosticina. Mai abbandonarlo, tenerlo sempre d’occhio, va spiato attraverso il vetro.

Un attimo prima della fine, prezzemolo a pioggia e pecorino (il Rodez, esiste ancora?) a manciate, che possa filare. Che è quella la caratteristica, il tocco geniale, il sapore che non ti aspetti. La sorpresa.

La salsiccia stempera il dolciastro dell’agnello, il pecorino è la sorpresa che non ti immagini.

Servire con borragine e cicoria di campagna lessate.

Un compleanno

L’altra sera abbiamo festeggiato un compleanno. Non il mio, che con anticipo pare non porti bene.

La mia amica, qualche anno più giovane, ma sempre nel range di quelli che non abbiamo più tempo, con tutti i posti da vedere, e le cose da fare, all’inizio mi ha fatto sorridere, con l’ansia da età. In verità ho finto di sorridere e fare la speciale, sono superiore e che me ne frega del tempo che passa.

Invece la notte non ci ho dormito. Mercoledì notte, dopo neppure quarantotto ore arrivava oggi e toccava a me fare i conteggi.

Al termine della notte agitata, che ho pensato sarà l’acciuga del Cantabrico che insegue il coniglio in umido dalla lunga lingua alle cipolle, sarà il Franciacorta bevuto che stasera è festa e domani niente scuola, dopo una notte da mal di testa infinito, mi è toccato fare i conteggi da compleanno.

Che poi io adoro i compleanni, quelli degli altri, ma soprattutto i miei. Lo sento che è una giornata singolare, tipo il carnevale originario, tutto è permesso.

Sono permessi anche i bilanci. Metti inoltre la fine dell’estate, l’inzio della scuola, settembre, e allora ho proprio dovuto.

E dopo certe premesse sono arrivata a alcune conclusioni.

Premesse

La premessa prima è l’estate trascorsa. Un’estate diversa. Un’estate lunga passata a scansare il sole. Insopportabile, mi affaticava essere sempre all’erta, vigile, sempre alla luce. Un’estate in cui, nel tentativo di nascondermi, mi sono persa. Ho cercato volontariamente di perdermi.

Ho capito che cosa significhi, praticamente, perdersi. Lo leggi, e pure gli spot pubblicitari delle auto che schizzano acqua attraversando buche da Camel Trophy invitano a perdersi, e io mi chiedevo, ma che diavolo significa, e invece sono riuscita a perdermi.

Forse non in luglio, avevo cominciato prima, ti perdi e non lo sai fino a che non ti ritrovi.

Insomma è bellissimo.

I sintomi sono stati: disorientamento (dove sto? come ci sono arrivata? chi sono questi intorno? che ci faccio e, soprattutto, ci voglio ancora stare? si mangia bene, perlomeno?), apatia (non so la strada e non mi importa trovarla, cammino un po’ allo sbando, schivo il sole e chissenefrega), senso di fame (il cervello può pensare una giornata intera a che cosa gradirebbe il corpo?).

Mica lo sapevo che si stava così bene.

Stavo su un’isola e il sole mi ha raggiunto sulla spiaggia dove atterravano gli aerei, che contavo i bulloni nella pancia. Compravo le birre in un bazar tenuto da indiani in un posto greco, erano del Bangladesh anche i vicini di casa che stendevano i panni sui rami di un bouganville sulla strada. Il traghetto passava nella finestra della camera ogni venti minuti, due compagnie diverse, buttavano giù il portellone per scaricare le auto ancora lontani dalla banchina, un roteare al volo.

Mi sono persa guardando tutta la notte, vento vento e vento, l’andirivieni di traghetti con luci come fossero modellini da nave da crociera, sul ponte neppure un’anima, ma il traghetto abbassava il portellone, attraccava, aspettava e nessun passeggero si imbarcava per l’altra sponda.

Riuscivo a concentrarmi solo su quello, il sole, il bazar, il traghetto ora di una compagnia ora dell’altra.

Ho il cervello fritto, ho pensato. Non scrivo, leggo poco, non riesco a fare programmi.

Una meraviglia.

Sfuggendo il sole, stavo poi in un paese lontano, devo essere impazzita, per accettare di volare tante ore, è innaturale, a piedi dobbiamo andare, dobbiamo stare sui piedi, mica siamo uccelli, ma andando ho detto sfuggo al sole, lì non mi fisserà più, non mi ossessionerà.

Invece il sole stava pure là a guardarmi, più stanco, certo, un giallino tenue, una sfumatura annacquata, dimesso, abbattuto, ma la risposta le voleva lo stesso, un indirizzo.

Che vuoi da me, non conosco manco la lingua, la scrittura, pensa se ti posso dare il mio indirizzo, dormo in un hotel, mangio aringhe, patate e zuppa di barbabietole. Di certo mi piacciono le bandiere di questo paese, e le cupole dorate, che secondo me le hanno fatte così luccicanti apposta, che tu, caro sole, da queste parti sei fiacchino.

Al ritorno il sole era sempre lì. Che senso ha l’estate, a che cosa serve? Davvero è utile tutto il caldo, l’ozio, bagnarsi in mare, andare alla ricerca, spostare prospettiva?

Estate faticosa. Lo so che non mi ero persa solo da un mese, come ho creduto, da tempo mi chiedevo, in sostanza, se ne valesse la pena.

Ormai a questa età. Ormai che ci sono quelli giovani e invece io.

Ritrovarsi è necessario. È trovare un indirizzo. Non metaforico, un indirizzo vero, la via, il numero.

Perché proprio quello, e che cosa c’entra con la vita di adesso?

Credo che, per ciascuno, da qualche parte qualcosa sia cominciato e altro sia finito, che da qualche parte abbiamo montato una casa prefabbricata per tirarcela dietro, qualcuno ha detto due parole e da quelle abbiamo preso il via.

Il mio indirizzo è un vicolo, ci sono entrata e ho pensato, era più largo.

Quando mi sono ritrovata, il sole era tramontato da due ore. Faceva un caldo umido che me lo ero scordato, come può essere bagnata la notte da quelle parti. Ma il sole era tramontato e c’era buio.

Vai a cercare le isole, attraversi mezza Europa, ti perdi e poi ti stai aspettando in via dell’Arciprete numero 7. C’è un refolo, il vento si arrotola svoltando l’angolo e viene in faccia sulla rincorsa. A terra, il gioco della campana. Ho respirato e l’estate era finita. Sui gradini di una casa in vendita, ho fatto una lista e due propositi.

Propositi solo per me. Una novità. Solo per me. Gli inquilini della casa in vendita me li hanno suggeriti. O forse sono stata io, a fare l’elenco puntato, l’io al tempo degli inquilini.

Conclusioni

● Chi c’è c’è, hanno detto gli inquilini.

● Affrettati con calma, e pensaci una volta sola, hanno detto gli inquilini.

● Scrivi lettere d’amore( e Ilaria mi ha regalato, a Natale, carta da lettera fiorentina, avevo pensato che cosa me ne faccio, ma gli inquilini lo sapevano, di quel regalo).Ora le scriverò, una lettera d’amore per ognuno. E che mi prendano per matta.

● Compra quelle due stanze accanto al vescovo San Procolo che va in altalena. Farà abbastanza freddo per scrivere lettere d’amore e altre cose. Il vino è buono, da quelle parti.

Cara amica mia del compleanno dell’altra sera, non nego che un po’ di paura venga, pensando che, come dite voi in Toscana, abbiamo scollettato. Nonostante ciò il tempo lo abbiamo, affrettiamoci ma con calma, scrivendo lettere d’amore e altre cose, con chi ci vuole stare.

Vi aspetto da san Procolo, ci staremo comodi. Il vino è buono, da quelle parti.

Buon anno

Pensavo fosse più facile, anzi, pensavo fosse facile. Scrivo quattro parole, metto una foto e pubblico.

Non è facile, il tempo, certo, e mille cose che sembrano sempre più importanti e urgenti di quella velleità bambinesca e pruriginosa di scrivere e che pure ti leggano.

Così sono passati alcuni mesi, e per quei mesi il caldo è stato uguale uguale al giorno precedente, forte, che ti alzavi la mattina e il sole picchiava in mezzo agli occchi, nel cervello, e dicevi, ci riprovo domani, col fresco le idee si chiariscono, magari con due gocce di pioggia, e domani portava sempre quel sole nel cervello.

Il sole del duemila non è come quello di quando ero bambina, è più cattivo, resiste, non cala mai, non ha tregua e non ne dà. Mi convincevo che sarebbe stato sempre tanto accecante, che non sarebbe mai arrivata la luce di settembre.

Invece ricomincio, sapendo che è difficile, difficilissimo, un’acrobazia. E non per il sole, ma – lo dico sempre, lo dico ancora – scrivere è difficile, non è un’ispirazione, è un’impresa. Pure su un giornalino da due soldi. Pure se non vorresti fare che quello.

Ci riprovo con delle scadenze, sperando che mi obblighino a rispettare i tempi. La gente che dirà, altrimenti.

Il patto con il lettore, almeno da qui, e almeno per la costanza.

Dunque ancora foto nella sezione T’immagini, ce ne di nuove e se ne pescheranno di vecchie.

Tra i pezzi di vari natura, vorrei un appuntamento fisso, il martedì, diciamo di martedì.

Ogni martedì vorrei un appuntamento fisso.

Il martedì parliamo di cibo, quello che mi ha preso l’anima per qualche ragione. Non so se di tutto potrò fornire le ricette. Potrei cercarle e trascriverle – la mia amica dice, fammi un memorandum, una lista di idee, così non divento matta, ma cose diverse dal solito, però, è stata lei, la scintilla – o forse le inventerò per analogia e con una ragionevole dose di approssimazione. Non sempre saranno cibi cucinati, metti i gelsi del campo di Vittorina, che neppure la marmellata ci si poteva fare, visto che duravano qualche ora dalla raccolta.

Non solo cibo, il martedì potremmo ricordare un vino, una birra, la terribile, limacciosa spremuta di gelsi di Vittorina.

Cibo e ricordi. Cibo e ricordo. Non solo dell’infanzia e non soltanto buono. Che, da sempre, un cibo, un vino o una birra stanno vicino a una persona o a un luogo, e in fondo è lì che voglio arrivare, ai posti e alle persone.

La rubrica potrei chiamarla Madeleine, ma sarebbe scontato. La chiamerò Proust, come Rousseau, una piattaforma un po’ così. Poi si potrebbero addirittura votare le ricette.

Comunque si ricomincia. E buon anno a tutti.

Primo maggio su commissione

Fa freddo ancora. Niente primavera, ancora.

È sempre stato così il primo maggio. Incerto.

Non è vero, ce ne sono stati di diversi.

Ci è tornato in mente insieme, stamattina, mentre me lo dicevi, che credevo essermelo scordato, e invece c’era per intero, e mi hai detto ti ricordi? E ti ricordi? E ti ricordi?

E poi mi hai detto, me la scrivi una cosa su quel primo maggio?

Io ti ho detto che secondo me era il 25 aprile, ma tu dici che era il primo maggio. Fa differenza?

Avevamo una Panda senza il sedile posteriore. Chi stava seduto dietro, e io ci stavo, seduta dietro, pareva affondato dentro a una tinozza, con le gambe scomposte.

La Panda era rossa e il cambio grattava. Era una Panda in prestito.

Il primo maggio siamo andati al Circo Massimo e a Piazza Venezia, ma non ricordo se prima al Circo Msssimo e poi a Piazza Venezia o viceversa.

Non mi ricordo se abbiamo parcheggiato, ma mi ricordo scale e sole, sole e profumi.

Io quel profumo di Roma non l’ho sentito più. L’odore pieno, di cose al sole, pietre, capelli, io e te mano nella mano, avevo un maglione di cotone bianco con dei fiocchi rosa, come avevo potuto comprare una cosa tanto orribile, e dei ricci grossi su una testa da leone, che saltavano e si muovevano, e anche tu, una testa enorme di capelli a terrazza, ma ridevamo, e quegli altri due dietro, ma noi li distanziavamo, che cosa mancava alla felicità?

E poi mancava un mese alla laurea, questo lo so, la tua e la mia, e con la Panda rossa tutti e quattro giravamo per Roma, e il sole, e quell’anno Masini cantava nella radio di ragazze così e così, e noi ridevamo, che eravamo proprio convinte si potesse essere ragazze poco serie, la radio sempre sintonizzata sulla musica italiana e poi dimmi dove sei che ogni tanto mi oriento.

Che schifo di musica, diceva quell’altro seduto accanto nella tinozza, ma mancava un mese alla laurea, c’era caldo, mica come adesso, che al primo maggio la stagione è lontana, sole e tutta quella luce, neppure quella luce l’ho più vista.

Poi cucinammo una strana pasta nell’appartamento di Piazza Bologna, eravamo cinque, sei, non me lo ricordo. Quello della tinozza disse buona, ma ora devo andare e ci vediamo qui stasera.

E noi tre uscimmo ancora e tutto il Muro Torto, e sole, e caldo, io sola nella tinozza senza sedile, e poi dicemmo torniamo a casa, lo aspettiamo e poi ancora Panda.

Si fece tardi e quello non veniva, non c’erano mica i telefoni che chiami e solleciti, controlli, spingi, alletti. Aspettammo e il profumo di Roma di sera entrava attraverso la tenda.

C’era una festa, ma io volevo aspettare ancora e poi però, dopo tanto aspettare, andammo via, siete sicuri che non c’è più tempo?, e andammo alla festa di uno che adesso ho pudore persino a pensarlo, che stavamo lì, siete sicuri che siamo invitati proprio noi, con questi capelli e i pantaloni dell’Upim, e il tizio ci aprì e disse, prendete il vino là in fondo, e conobbi Paolo che insegnava all’università e il suo compagno che era chirurgo a Madrid e si vedevano quando i voli di trent’anni fa lo consentivano e dissero, stai tranquilla, anche a distanza l’amore vale.

Vale, dissi, ma non resta.

Ce la fa, ce la fa.

Tutti avevano occhiali da sole anche se era sera e stavamo in una casa al chiuso e Andrea disse delle cose su Cracovia e su un film che aveva fatto, poi andammo via. Un giro al Gianicolo, senza scendere dalla Panda, il profumo di Roma di sera che era diventato Roma di notte, quel profumo di Roma non l’ho sentito più, e poi rientrammo.

L’inquilino dell’appartamento disse che chi aspettavo era arrivato un attimo dopo che eravamo andati via. Pensai che dovevo imparare. Non si dovrebbe mai mollare, a averne la forza. Bisognerebbe insistere, pure nell’attesa, a averne il coraggio.

Trovai un biglietto sul cuscino, non l’ho conservato. Un messaggio senza telefono.

Era entrato uno spicchio di Roma dalla finestra.

Io lo so adesso dove sei, lo so dove siete tutti quanti. Dentro quel primo maggio di caldo caldo, di profumi e speranze, che così non ce ne sono più.

Il resto ce l’ha fatta, per la parte migliore, come si disse quella notte. Solo per la parte migliore.

Va bene, Maria Pia? C’è altro?

Lam e ritorni (2)

Non so se sia peggio aspettare l’autobus col caldo oppure col freddo. Se, senza pensilina, ti trafigge un sole cattivo che manco ai tropici peggiori o se ti bagna la pioggia con vento delle sei e cinquantantacinque.

I ritardi della Lam Rossa sono ormai leggenda. Quando arrivi alla fermata e c’è un altro tizio qualunque, sconosciuto, mai visto, incontrato due volte o mille, stessa ora stessa corsa, la tiritera anche oggi è che l’autobus ha saltato due corse, ieri abbiamo aspettato quaranta minuti, il demente dell’autista ha tirato dritto, non si è fermato, e sghignazzava, lo stronzo. Niente considerazioni sul tempo o sulla politica. La Lam.

C’è una ragazza che aspetta e aggancia chiunque per lamentarsi delle meraviglie della Lam Rossa, avrà vent’anni, e manco buongiorno, dice, ma la Lam la sta aspettando da stanotte, ci ha dormito, alla pala. E poi gli zingari e i furti. E il tizio con la sindrome di Tourette che ti apostrofa in ogni maniera, fai schifo, comunica a tutti, e non dovrebbero farlo salire, e i posti in piedi, e certo, se ne saltano tre di corse stiamo stipati come maiali. Non la guardo mai negli occhi, che, se incrocia lo sguardo, è finita.

Non capisco bene come funzioni la cosa, ma i ritardi ci sono, è innegabile. La Lam è, non considerando l’acronimo leggero e moderno, niente di più che una circolare. Parte da un punto e a quello deve ritornare. Che se sali qui, fai il giro turistico della città, passi per la stazione, una visita all’ospedale, qui devi tornare. La stessa macchina. Se una sera non hai di meglio da fare, la solitudine ti prende, la casa è stretta e al cinema non c’è niente, un giro in Lam potrebbe essere l’alternativa ideale.

Quindi se ti metti da questa parte e vedi la Lam dall’altro lato della strada, dodici minuti al massimo e la stessa deve passare a prenderti, se non è intanto arrivata quella della corsa precedente.

Così è tutto un ne ho viste salire due, tre, non ne è scesa neppure una, che significa che la gente sta lì, alla fermata, da quindici, trenta, quarantacinque minuti, guardando nel vuoto, in fondo, che spunti, venendo in giù, una di quelle prima salite. Un andirivieni che, però, da qualche parte si inceppa.

Ciò che va, non ritorna. O, per essere precisi, non tutto quello che va, ritorna, o almeno non nei tempi previsti.

E allora ieri, che stavamo a studiare l’oscillazione degli autobus, quelli che andavano e nessuno che ne tornava, una tizia ha detto, colpa dei francesi, si sono comprati l’azienda, diminuiscono il personale e le macchine vecchie non le rimpiazzano. Ne partono un numero, ma ne circolano, di fatto, di meno, le fermano al deposito, questioni di tagli e niente rispetto. Peggio, ha detto un altro, c’è qualcosa che non quadra. È come se da qualche parte le macchine sparissero.

Inghiottite, ho detto.

Appunto.

Ho aspettato la Lam Rossa, che a un certo punto è arrivata e ha caricato il mucchio di gente. Sono andata a lavorare. Piovigginava. Sono uscita presto. Ho ripreso la Lam e ho pensato, ho due possibilità. Ci resto sopra, faccio il giro e vediamo dove finisce.

Oppure prendo l’auto e ne seguo una a caso, partendo però dal punto che so io, quello davanti al bar, dopo il cimiterino, quando le ruote si inabissano sul viale, proseguono e poi non se ne sa più nulla.

Dalla pioggia eravamo passati a una nebbia stupida, pioggia condensata, lattigine appiccicosa.

Di scendere dall’autobus non avevo voglia. Mi stavo assopendo. Sarei rimasta sulla Lam e avrei concluso il viaggio per vedere dove andava a finire. Eppure, mano a mano che si procedeva, la gente scemava. Erano neppure le undici, studenti ormai in classe, casalinghe a casa, lavoratori in ufficio e pochi turisti per la Torre, dove in effetti è sceso l’ultimo passeggero. Siamo rimasti l’autista e io.

A me, nonostante ci vada dietro, in un’infantile ricerca sadica, le cose di mistero piacciono poco o mi piacciono protette. Adesso questa Lam prosegue, cimitero piccolo, cimitero grande, l’autista, io e il buco nero in fondo.

Sono scesa. Ho preso la macchina e mi sono appostata di nuovo alla fermata, l’incriminata, l’ultima prima dell’oblio, del non ritorno. Quella che precede il triangolo delle Bermude.

È andata che ho aspettato venti minuti. Nella radio c’era brutta musica. Stavo con le quattro frecce dietro lo stallo giallo della sosta. La Lam è arrivata, si è fermata, un tizio con la valigia se n’è andato verso il parcheggio.

Ho seguito la Lam. Le 11.42.

In certi periodi, il ritrovarsi tra lo sbigottito e l’incredulo per quello che sta intorno, potrebbe avere come medicina un inseguimento alla Lam rossa, con un’andatura variabile.

La Lam correva, sul viale del cimitero. Ha inchiodato alla fermata, mentre pioveva più fitto. Comunque la corsa continuava e l’autobus davanti c’era ancora.

Penso, mentre inseguo, cose a caso. Tipo che certe,che dovrebbero cambiare, stanno immobili e cose che invece farebbero bene a restare dove sono, cambiano. Il meccanismo non funziona come vorremmo, è invertito. Cose che cambiano e non vorresti. Un meccanismo rotto tipo Lam Rossa, troppo facile il parallelo. E tu stai a spingere, spingere, e madonna che fatica.

La Lam proseguiva. Alla farmacia non si è fermata. Ha girato verso Viareggio, non credevo passasse da lì, un itinerario imprevisto, avevo sempre immaginato, la sua, una corsa di pura città.

Certo che, a pensarci, non era tanto normale che stavo inseguendo una Lam, credendo chissà che cosa, o forse col bisogno, prima, di scoprire che era tutta responsabilità umana, il disservizio, e, poi, di litigare a morte con qualcuno, litigare per email con la sede legale, di persona, sfogare quella rabbia da immobilità/mobilità invertite, e con chi di meglio puoi prendertela se non con gli autisti della Lam, tanto loro, di norma, non ascoltano, non è colpa nostra, fate reclamo, telefonate al numero verde, e spesso manco rispondono. Ottimi pungiball per periodi difficili.

Aveva rallentato e camminava, fuori città, senza intoppi e senza fermate. E infatti, fino a allora, non c’era stato niente a fagocitare le macchine e nessun ostacolo. Ma allora perché i ritardi? Erano passati sei minuti, le 11.48. Tra altri otto avremmo dovuto essere tornati lì dove eravamo partiti.

Nella macchina si stavano appannando i vetri. Come una svitata, stavo inseguendo una Lam per vedere se qualcosa la ingoiava, seguivo un autobus alla ricerca di fantasmi. E del rimedio allo sconforto, che mi era preso all’improvviso, per cose che procedono verso  direzioni proprie, opposte a quelle dei nostri desideri.

Così la Lam stava finendo il viale parallelo e già virava verso l’interno. Stava tornando in città. Pioveva fortissimo, non era previsto, piuttosto avevano detto vento freddo, ma non quell’acqua mista a latte schiumoso in polvere.Ci vedevo poco. Auto in seconda fila al panificio. Auto che invadevano l’altra carreggiata per evitare quelle in seconda fila. Tergiscristalli lenti. L’autobus giallo e rosso sempre davanti, rallentava anche lui, alzava l’acqua che in pochi minuti si era raccolta nelle buche.

Qualcosa stava attraversando la strada. Un’ombra, un sacco, un ingombro, non lo avevo visto. Ho inchiodato e piano, pianissimo, come impemeabile alla bufera, ho visto che era Belfagor, ai piedi certe pantofoline di pezza rosse, una busta di plastica bianca in testa, e portava ritto un cartello, un pezzo di cartone, forse un imballo da merendine, ci aveva scritto

LE COSE SE LA SBRIGHINO SENZA DI NOI. NO ALLA PROSTITUZIONE.

Tanto che non la vedevo, sempre più matta. Belfagor che dorme nel vicolo dietro casa, che parla a un cellulare immaginario, l’ereditiera defraudata. So di aver pensato, per un attimo, guarda un po’, persino i verbi corretti. Ma poi lei era lenta, tanto lenta, si trascinava, mi guardava da sotto il cappuccio con i soliti mezzi occhi e lo stava facendo apposta, mi stava bloccando mentre la Lam in fondo, la intravedevo, si perdeva in un fumo improvviso, da tubi di scappamento o da prestigiatori, fumo di nebbia, latte e pioggia. In fondo vedevo l’ultima striscia dell’autobus che andava, Belfagor teneva in alto il cartello, lo stava agitando verso di me, come un motto di protesta, a dire leggilo!, ma io volevo vedere soltanto dove andava a finire la Lam, sì ho capito, vai!, vai!, ma la Lam l’avevano già ingoiata, là in fondo, la curva o la fossa maledetta. Non avrei mai saputo la sua fine, ma mai più avrei avuto il coraggio di comportarmi da svitata.

Belfagor sogghignava e in quel momento l’ho odiata. Con tutto il suo cartello e le frasi a arte da Baci Perugina. Non mi aveva risolto niente, né le scomparse della Lam Rossa né lo sconforto dovuto a meccanismi mal funzionanti.