Lam e ritorni (2)

Non so se sia peggio aspettare l’autobus col caldo oppure col freddo. Se, senza pensilina, ti trafigge un sole cattivo che manco ai tropici peggiori o se ti bagna la pioggia con vento delle sei e cinquantantacinque.

I ritardi della Lam Rossa sono ormai leggenda. Quando arrivi alla fermata e c’è un altro tizio qualunque, sconosciuto, mai visto, incontrato due volte o mille, stessa ora stessa corsa, la tiritera anche oggi è che l’autobus ha saltato due corse, ieri abbiamo aspettato quaranta minuti, il demente dell’autista ha tirato dritto, non si è fermato, e sghignazzava, lo stronzo. Niente considerazioni sul tempo o sulla politica. La Lam.

C’è una ragazza che aspetta e aggancia chiunque per lamentarsi delle meraviglie della Lam Rossa, avrà vent’anni, e manco buongiorno, dice, ma la Lam la sta aspettando da stanotte, ci ha dormito, alla pala. E poi gli zingari e i furti. E il tizio con la sindrome di Tourette che ti apostrofa in ogni maniera, fai schifo, comunica a tutti, e non dovrebbero farlo salire, e i posti in piedi, e certo, se ne saltano tre di corse stiamo stipati come maiali. Non la guardo mai negli occhi, che, se incrocia lo sguardo, è finita.

Non capisco bene come funzioni la cosa, ma i ritardi ci sono, è innegabile. La Lam è, non considerando l’acronimo leggero e moderno, niente di più che una circolare. Parte da un punto e a quello deve ritornare. Che se sali qui, fai il giro turistico della città, passi per la stazione, una visita all’ospedale, qui devi tornare. La stessa macchina. Se una sera non hai di meglio da fare, la solitudine ti prende, la casa è stretta e al cinema non c’è niente, un giro in Lam potrebbe essere l’alternativa ideale.

Quindi se ti metti da questa parte e vedi la Lam dall’altro lato della strada, dodici minuti al massimo e la stessa deve passare a prenderti, se non è intanto arrivata quella della corsa precedente.

Così è tutto un ne ho viste salire due, tre, non ne è scesa neppure una, che significa che la gente sta lì, alla fermata, da quindici, trenta, quarantacinque minuti, guardando nel vuoto, in fondo, che spunti, venendo in giù, una di quelle prima salite. Un andirivieni che, però, da qualche parte si inceppa.

Ciò che va, non ritorna. O, per essere precisi, non tutto quello che va, ritorna, o almeno non nei tempi previsti.

E allora ieri, che stavamo a studiare l’oscillazione degli autobus, quelli che andavano e nessuno che ne tornava, una tizia ha detto, colpa dei francesi, si sono comprati l’azienda, diminuiscono il personale e le macchine vecchie non le rimpiazzano. Ne partono un numero, ma ne circolano, di fatto, di meno, le fermano al deposito, questioni di tagli e niente rispetto. Peggio, ha detto un altro, c’è qualcosa che non quadra. È come se da qualche parte le macchine sparissero.

Inghiottite, ho detto.

Appunto.

Ho aspettato la Lam Rossa, che a un certo punto è arrivata e ha caricato il mucchio di gente. Sono andata a lavorare. Piovigginava. Sono uscita presto. Ho ripreso la Lam e ho pensato, ho due possibilità. Ci resto sopra, faccio il giro e vediamo dove finisce.

Oppure prendo l’auto e ne seguo una a caso, partendo però dal punto che so io, quello davanti al bar, dopo il cimiterino, quando le ruote si inabissano sul viale, proseguono e poi non se ne sa più nulla.

Dalla pioggia eravamo passati a una nebbia stupida, pioggia condensata, lattigine appiccicosa.

Di scendere dall’autobus non avevo voglia. Mi stavo assopendo. Sarei rimasta sulla Lam e avrei concluso il viaggio per vedere dove andava a finire. Eppure, mano a mano che si procedeva, la gente scemava. Erano neppure le undici, studenti ormai in classe, casalinghe a casa, lavoratori in ufficio e pochi turisti per la Torre, dove in effetti è sceso l’ultimo passeggero. Siamo rimasti l’autista e io.

A me, nonostante ci vada dietro, in un’infantile ricerca sadica, le cose di mistero piacciono poco o mi piacciono protette. Adesso questa Lam prosegue, cimitero piccolo, cimitero grande, l’autista, io e il buco nero in fondo.

Sono scesa. Ho preso la macchina e mi sono appostata di nuovo alla fermata, l’incriminata, l’ultima prima dell’oblio, del non ritorno. Quella che precede il triangolo delle Bermude.

È andata che ho aspettato venti minuti. Nella radio c’era brutta musica. Stavo con le quattro frecce dietro lo stallo giallo della sosta. La Lam è arrivata, si è fermata, un tizio con la valigia se n’è andato verso il parcheggio.

Ho seguito la Lam. Le 11.42.

In certi periodi, il ritrovarsi tra lo sbigottito e l’incredulo per quello che sta intorno, potrebbe avere come medicina un inseguimento alla Lam rossa, con un’andatura variabile.

La Lam correva, sul viale del cimitero. Ha inchiodato alla fermata, mentre pioveva più fitto. Comunque la corsa continuava e l’autobus davanti c’era ancora.

Penso, mentre inseguo, cose a caso. Tipo che certe,che dovrebbero cambiare, stanno immobili e cose che invece farebbero bene a restare dove sono, cambiano. Il meccanismo non funziona come vorremmo, è invertito. Cose che cambiano e non vorresti. Un meccanismo rotto tipo Lam Rossa, troppo facile il parallelo. E tu stai a spingere, spingere, e madonna che fatica.

La Lam proseguiva. Alla farmacia non si è fermata. Ha girato verso Viareggio, non credevo passasse da lì, un itinerario imprevisto, avevo sempre immaginato, la sua, una corsa di pura città.

Certo che, a pensarci, non era tanto normale che stavo inseguendo una Lam, credendo chissà che cosa, o forse col bisogno, prima, di scoprire che era tutta responsabilità umana, il disservizio, e, poi, di litigare a morte con qualcuno, litigare per email con la sede legale, di persona, sfogare quella rabbia da immobilità/mobilità invertite, e con chi di meglio puoi prendertela se non con gli autisti della Lam, tanto loro, di norma, non ascoltano, non è colpa nostra, fate reclamo, telefonate al numero verde, e spesso manco rispondono. Ottimi pungiball per periodi difficili.

Aveva rallentato e camminava, fuori città, senza intoppi e senza fermate. E infatti, fino a allora, non c’era stato niente a fagocitare le macchine e nessun ostacolo. Ma allora perché i ritardi? Erano passati sei minuti, le 11.48. Tra altri otto avremmo dovuto essere tornati lì dove eravamo partiti.

Nella macchina si stavano appannando i vetri. Come una svitata, stavo inseguendo una Lam per vedere se qualcosa la ingoiava, seguivo un autobus alla ricerca di fantasmi. E del rimedio allo sconforto, che mi era preso all’improvviso, per cose che procedono verso  direzioni proprie, opposte a quelle dei nostri desideri.

Così la Lam stava finendo il viale parallelo e già virava verso l’interno. Stava tornando in città. Pioveva fortissimo, non era previsto, piuttosto avevano detto vento freddo, ma non quell’acqua mista a latte schiumoso in polvere.Ci vedevo poco. Auto in seconda fila al panificio. Auto che invadevano l’altra carreggiata per evitare quelle in seconda fila. Tergiscristalli lenti. L’autobus giallo e rosso sempre davanti, rallentava anche lui, alzava l’acqua che in pochi minuti si era raccolta nelle buche.

Qualcosa stava attraversando la strada. Un’ombra, un sacco, un ingombro, non lo avevo visto. Ho inchiodato e piano, pianissimo, come impemeabile alla bufera, ho visto che era Belfagor, ai piedi certe pantofoline di pezza rosse, una busta di plastica bianca in testa, e portava ritto un cartello, un pezzo di cartone, forse un imballo da merendine, ci aveva scritto

LE COSE SE LA SBRIGHINO SENZA DI NOI. NO ALLA PROSTITUZIONE.

Tanto che non la vedevo, sempre più matta. Belfagor che dorme nel vicolo dietro casa, che parla a un cellulare immaginario, l’ereditiera defraudata. So di aver pensato, per un attimo, guarda un po’, persino i verbi corretti. Ma poi lei era lenta, tanto lenta, si trascinava, mi guardava da sotto il cappuccio con i soliti mezzi occhi e lo stava facendo apposta, mi stava bloccando mentre la Lam in fondo, la intravedevo, si perdeva in un fumo improvviso, da tubi di scappamento o da prestigiatori, fumo di nebbia, latte e pioggia. In fondo vedevo l’ultima striscia dell’autobus che andava, Belfagor teneva in alto il cartello, lo stava agitando verso di me, come un motto di protesta, a dire leggilo!, ma io volevo vedere soltanto dove andava a finire la Lam, sì ho capito, vai!, vai!, ma la Lam l’avevano già ingoiata, là in fondo, la curva o la fossa maledetta. Non avrei mai saputo la sua fine, ma mai più avrei avuto il coraggio di comportarmi da svitata.

Belfagor sogghignava e in quel momento l’ho odiata. Con tutto il suo cartello e le frasi a arte da Baci Perugina. Non mi aveva risolto niente, né le scomparse della Lam Rossa né lo sconforto dovuto a meccanismi mal funzionanti.



Il bolide

Mi danno dell’asociale spesso. In fila alle Poste, sul treno, nei tempi d’attesa, insomma, non amo particolarmente socializzare; porto un libro con me e, aspettando, leggo.

Venerdì decido di andare dal medico. Sala d’attesa come ce ne sono tante, piuttosto spoglia, sulle pareti quadri dozzinali, riviste poco interessanti su un tavolinetto. Una decina di persone davanti, tutte piuttosto agée. Tiro fuori il mio libro, mentre tra loro parlano incessantemente di malattie e acciacchi: è una caratteristica degli anziani, l’ho notato tante volte, fanno a gara a chi ha più malanni, come se in palio ci fosse un ambito premio; vince chi dimostra di averne di più e più gravi.

Leggo, ma con un orecchio rivolto alla conversazione: risulto asociale, è vero, ma sono curiosa, non dei fatti altrui, mi incuriosiscono le persone, mi diverto a associare i volti ai pensieri e al loro modo di essere.

Si apre la porta, una signora sicuramente ultraottantenne viene salutata da quasi tutti i presenti.

Oh Lidia, vieni a sede’ qui. Come mai sei venuta così tardi?

Sembrano alle panchine del parco…

Oh Lidia, sei sola oggi? Non ce l’hai er nipote?

Dalla faccia della signora, però, non traspare niente di buono. L’espressione preoccupata, qualcosa è andato storto nella giornata.

Seeee er nipote, un mi fa’ parla’! Oggi un ho potuto, capirai, mi s’è rotto il bolide!

… il bolide?!?

Bah… una scocciatura di nulla!

Una scocciatura il bolide che si rompe? A questa età? Hai capito la signora?!

O quant’è che ce l’avevi?

Una decina d’anni tutti. Ma andava bene eh! Poi ha cominciato a accendessi una lucina rossa, s’accendeva e si spengeva, s’accendeva e si spengeva, sembrava l’albero di Natale… poi un s’è accesa più. Insomma, il bolide è fermo da tre giorni.

Che buffo, non ce la vedo la signora alla guida, che so, di una Lamborghini Diablo. Però che meraviglia! A questa età, appassionata di auto… Finalmente una che non parla di acciacchi e malattie, ma di bolidi!! Incredibile…

Mi appassiono alla conversazione. Il libro aperto a pagina quarantadue da dieci minuti.

Oh Lidia, a me il bolide mi s’è rotto l’anno passato. Un pianto e un lamento e s’è dovuto ricompra’…

Ah, è un vizio… anche quest’altra signora… Mah, sarà una moda del quartiere.

Oh, vedrai, un si pole mica sta’ col bolide rotto!

Ma hai provato a riparallo?

Seee si spendeva di più che a ricomprallo novo!!

Mah, dipende anche dal bolide… Chissà che auto hanno??

Io l’ho chiamato l’idraulico, ma ha detto che un c’è nulla da fa’…

L’idraulico? Per riparare un’auto, chiamano l’idraulico? Mah… avrà voluto dire il meccanico…

Allora stasera vengono a mette’ quello novo… o bimbi, senz’acqua calda mica ci si po’ sta’!

Peccato. Pensavo di aver trovato un modello a cui ispirarmi in vecchiaia, invece era solo un boiler.

Prima di marzo

Quando seppe che mi piacevano, mi portava gli alberi, non i rami. Li tagliava o glieli regalavano, non lo so. Li caricava sulla Lambretta – la Vespa, dopo qualche anno – e si faceva venti chilometri dal paese. Con l’albero giallo tra i piedi.

Arrivava appena fiorivano, prima che fosse marzo, molto prima della primavera.

Alla porta, entrava prima l’albero e poi lui, ti piacciono, no?, che non era di tante parole.

Gli avevo preparato una torta margherita fatta con le buste. A casa non c’era nessuno.

Mangiavamo con la mimosa stesa sul tavolo, lunga quanto l’intero tavolo.

Che ne facciamo ora? È troppo grande, troppo profumo.

Dividila, con qualcuno.

Mio nonno ce l’aveva come filosofia, dividi quello che hai, fatti un amico.

O portiamola in chiesa.

Gli piaceva la chiesa di Santa Teresa su via Cesare Battisti, lontana, la mimosa la dovevamo trascinare a piedi.

Se il portone era chiuso, ce la lasciavamo appoggiata.

Poi riprendeva la Lambretta – la Vespa, dopo qualche anno – e tornava al paese senza risalire a casa. Mi metteva in mano qualcosa, dividi con tua sorella.

La strada

Parto che è sempre presto. È buio. “Ma dove vai a quest’ora?” mi dicono a casa. Non mi piace arrivare in ritardo e poi metti un contrattempo per strada.

È che mi piace la strada che percorro ogni mattina. Sì la strada, me la voglio godere.  Ti ci vuole mezz’ora per arrivare! – mi dicono. Vero.

Ma volete mettere il paesaggio, sulla strada?

Albeggia: i colori sono ancora pallidi, tra poco, tra qualche chilometro, si sveglieranno anche loro.

Bella la torre di Caprona con questa luce. Quando mi avvicino alla rocca, specie in inverno, è il paesaggio brumoso che circonda il viandante di Caspar D. Friedrich, che viene in mente. Strati di nuvole, nebbia, e in cima la torre,  una prolunga del monte.

Semaforo rosso, menomale sono in anticipo.

Hanno acceso la luce nella casa di fronte, chissà che stanza è, chissà chi ci abita. Mi affascinano le luci nelle case altrui.

Davanti, il mio albero preferito. In autunno si tinge di rosso e dopo, a poco a poco, si spoglia. Lo scorso anno, stessa strada, stessa destinazione, è stata la prima cosa su cui ho posato lo sguardo; me la ricordo quella mattina: un cielo plumbeo che sembrava dovesse precipitarmi addosso e i colori sotto che sembravano esplodere. Le foglie di quell’albero tanto rosse da fare male agli occhi.

Questa strada è un susseguirsi di fotogrammi scattati ogni giorno, da estate a estate: i gialli caldi e chiari che passano al rosso per poi perdersi sui rami brulli su cui rinasce, a primavera, il verde, che pian piano si brucerà al sole della nuova estate.

Il passaggio a livello è chiuso. Va bene, dai, menomale sono in anticipo.

Che luce che c’è stamattina, che pace.

Ci mancava il trattore davanti. Menomale sono in anticipo.

Come sarebbe abitare in questo posto? …sembra accogliente. Si conoscono tutti qui. C’è un  buon odore, di terra, di erba, e di pane. 

Altro semaforo rosso.

Sono quasi arrivata, ancora due curve, l’altro ponticello. Arrivata.  

Menomale sono in anticipo.

Tutto è relativo

Se stasera avessi un blog,

visto che ho giusto il tempo di respirare, stasera, e però questo diario non può essere sospeso per molto, se stasera avessi un blog, riproporrei con alcune modifiche  una cosa scritta e pubblicata tempo fa. È ancora valida per intero pure se non è estate.

E poi c’è un’amica a cui voglio fare compagnia, in questi giorni.

Questi, a Taranto, sono giorni che, come sempre, hanno a che fare con l’acciaieria, le ore prima di qualcosa che riguarda quelli sull’Appia.

Non posso fare a meno di cercarne il segno nella gente, nelle parole scambiate in fila al bancone della macelleria. A me sembra se ne parli poco. Qualche accenno, nessuna ubriacatura, nessun commento fuori posto, nessun fulmine di anatema. Ne sono quasi delusa. Pare siamo disposti a subire il futuro, qualsiasi sia.

Il cielo è velato, uno strato di nuvole di afa. Penso che rispecchi la cronaca, ma è solo caldo remoto e compatto. La città è in bianco e nero.

La sera, scegliamo un bar nuovo in periferia. Tutto bianco, le poltroncine sotto i gazebo a pagoda, i tavoli, le sedie, le candele quadrate, l’insegna che non si distingue, seppellita nel bianco del muro. Il posto si illude di contrastare il grigio opaco del cielo, dei mulinelli di polvere e carte che lo scirocco crea a cinque centimetri da terra.

Ci sediamo fuori. Chiedo un bicchiere di vino bianco, vorrei sapere che etichette avete, o almeno quale vino.

Si infastidiscono, gli altri, quando lo faccio. Dicono che dovrei prendere un vino bianco qualunque, senza tante storie. Ma per me il vino bianco di sera è un’emozione profonda, nel suo gusto rintraccio l’alchimia di ricordi e progetti, anniento l’eccessivo coinvolgimento con le cose, dimentico il caldo, se è caldo, la pioggia, se piove. In un solo bicchiere, magari in due.

Non mi piace tutto il vino bianco, non amo la mineralità corposa dei siciliani, il fruttato deciso dei campani, la tranquillità senza sorprese dei pugliesi. Voglio i vini del nord, maggiore è la lontananza, meglio sto. Altre lingue e luoghi credo mi siano appartenuti, in un’altra vita, il lontano sapore di mele, la clandestinità di rocce e boschi.

Per questo voglio scegliere il vino.

Chiedo, che vini avete?

Il ragazzo mi guarda smarrito, col notes in mano, non lo sa, va a chiedere.

Lo intravedo nel bar, parla con due giovani donne che preparano il buffet. Passano due o tre minuti, mi sento in colpa, gli altri hanno sete, il tramonto ha una supremazia cattiva sui nostri corpi, nessuno viene a prendere le ordinazioni.

Finalmente torna, dice, di scuro abbiamo un primitivo, di chiaro….

Già mi sento male. Menomale si blocca da solo, riflette, non ricorda. Si volta verso l’interno del bar a chiedere soccorso.

Dico, non importa, mi dia quello che ha.

E invece esce una delle ragazze, prego, fa, pure scocciata.

Vorrei un vino bianco del nord, dico.

Ci sono solo vino del Salento. Del nord abbiamo una Falanghina.

La guardo, valuto l’informazione. Non resisto, la Falanghina è di Benevento.

E Benevento è a nord, dice, composta, e del tutto sconcertata.

Giusto.

Mi faccio portare un prosecco.

Somma e totale

Come mai le settimane volano e i mesi sembrano invece anni?

Non è una mia riflessione. Condividevamo una scrivania con cento carte confuse, lui le sistemava, io non so, ma questa cosa che è oggi martedì e la settimana ormai è andata, domani pomeriggio non ci sono, giovedì tu, poi arriva il tecnico della caldaia alle due, gli apri, poi arrivo io, venerdì è l’unico pomeriggio libero, possiamo infilarci tre cose, se le incastriamo bene, e vedere Luciana, che è da prima di Natale che rimandiamo, e menomale che abitiamo a due strade, dal medico per le ricette ci vado in autobus, a fare la spesa sabato mattina, intanto domani finisco alle otto prendo due pizze al ritorno, sì, ma io non ci sarò prima delle nove.

Vedi che in quattro righe è già domenica.

E invece gennaio è stato lunghissimo e pesante con quattro settimane bruciate in un lampo e febbraio non finisce più, anche se oggi è martedì e domani è già sabato.

Come funziona allora la questione? Dove si inceppa il meccanismo veloce/lento/off/on, chiudi gli occhi e passano sette giorni, li riapri e sei ripartito dal primo del mese, in un giorno della marmotta infinito.

Erano le cinque di un pomeriggio di sole, mentre pensavo a questo. L’autobus prendeva tutte le buche, senza evitarne manco una, l’Arno aveva la luce della primavera impaziente.

Come può essere? È la somma che fa il totale, mi viene, cioè metti tanti segmenti leggeri e la retta si fa pesante, alla lunga. Pesante e sconfinata.

Metti 12 gradini X 2 + 6 gradini da salire ogni giorno per almeno 6/7 volte al giorno, metti singoli sacchetti della spesa e hai portato a casa, su quei gradini, mezzo supermercato, che, alla fine, risulta ingombrante. Non so, mi chiedo.

O non è il numero dei gradini e dei sacchetti, ma proprio il gradino, e tutta quella spesa, che non sai se poi ti serve, le verdure fanno bene, la pillola della pressione è finita, la spazzatura da differenziare, passaggi veloci in camere da degenza, le telefonate che non arrivano e neanche il sonno, e quelli che se ne sono andati, e quelli che non si fanno sentire, il cane che abbaia in loop, la tosse, due chili, i moduli, la collezione di candele che se si accendono da sole viene un falò della casa in cima ai 12 gradini X 2 + 6 gradini, e quelli che si fanno sentire ma stanno zitti.

L’autobus svolta sul Ponte di Mezzo. Stasera faccio tardi.

Una ragazza riccia risponde al telefono. Ha i capelli inanellati, sembra mia sorella di anni fa.

Bene, dice, con un sorriso largo bello che adesso le scopre un incisivo appena accavallato all’altro.

Sì, trenta. E chiude.

Non racconta com’è andata, le domande, quanto è durato, se è stata dura, se lo ritiene un risultato giusto.

Solo trenta. Sorride da sola. Controlla dei messaggi e continua a sorridere, a sé, quasi ride, leggera.

Io andavo sui gradini di San Nicola, dopo un esame, quando ancora non si poteva, che il quartiere non era il salotto di adesso, compravo un giornale di moda e un paio di gettoni per dire a mio padre, trenta. E Bari era bellissima, un mare aperto di speranze. Avevo comprato la focaccia da Magda e avevo sempre qualcuno da aspettare, seduta sui gradini, che erano bianchi, bassi, il pomeriggio diventava una sera tiepida, e non c’era nessun posto al mondo migliore per guardare una piazza e la fetta di sole.

Se invece dovevo ripartire, compravo un panino con l’insalata di pollo alla stazione, un lusso, e in treno avrei cominciato a leggere il nuovo libro che mi ero fotocopiata per l’esame successivo, e avevo questo sorriso qua. E non sentivo né caldo né freddo, nessuna fatica delle settimane passate e i mesi volavano, tanto quanto i giorni e le settimane, né più né meno, leggeri, volavano, altro che somme e totali.

E questa ragazza riccia con gli occhi lago che sembra mia sorella sta sorridendo dalla basilica di San Nicola, sono scesa e lei ha proseguito e di certo alla stazione comprerà un panino con l’insalata di pollo, e farà progetti per l’immediato futuro e per quello lontano. Che può succedere, del resto, se non che tutto si avveri, e che tutto prosegua così, trenta, trenta, con le persone immobili dove si immagina che siano e sempre saranno, in un pomeriggio di sole, a febbraio.

Allora non è che per noi l’ingranaggio si inceppa adesso, volta per volta, nel passaggio settimane/mese. Neppure la questione, scontata, che la somma diventi a un tratto più grave dei singoli addendi: il meccanismo si è inceppato tempo fa, una volta per tutte e non l’abbiamo più riparato. Men che meno cambiato, ci vuole tempo, preventivi e coraggio, per cambiare una cosa che tutto sommato va ancora.

Così lo abbiamo oliato, e quello di olio si è impregnato, e intanto si appesantiva, e la stoppa, e un ricambio riciclato, che l’originale costava troppo, invece meglio un ferro da centro demolizioni fetido nella periferia, ma pesa di più, e qualche bullone per tenere insieme lo slegato, e forse dentro c’è acqua da qualche parte, e la ruggine pesa?, e l’aria insufflata perché giri, giri, giri, che a volte proprio non vuole muoversi. Pesa più il meccanismo così assemblato o soffiarci dentro l’aria?

Quindi, come mai le settimane volano e i mesi sembrano invece anni? Metti tanti segmenti leggeri e la retta si fa pesante? Metti tanti gradini e il meccanismo diventa legnoso?

Sai, tesoro mio, non lo so. Però, adesso, con il trenta leggero che esce dal sorriso della ragazza riccia, penso che non sia una questione di numero di gradini, ma di tipo di gradini, della loro direzione. Credo che l’arcano sia da trovare nello sguardo dei gradini: che cosa vedono, dove si affacciano, dove guardi tu, mentre le settimane si fanno mesi.

Per ora solo questo, una faccenda intricata, e amara, che riguarda i gradini di basiliche e case.

Tempi utili

Racconto a quattro mani

È divertente scrivere a quattro mani, vuol dire improvvisare, lasciarsi prendere dalla storia e vedere dove porta. Chi scrive per primo avrà la curiosità di scoprire come va a finire quello che ha concepito e avviato senza poterlo concludere, il secondo dovrà accettare la sfida di immergersi in una vicenda che non ha pensato e arrivare alla parola “fine” in modo coerente, sperando di non deludere le aspettative dell’altro.

Un gioco, il nostro, senza alcuna velleità.

Leggete il racconto, se vi va, e divertitevi a indovinare chi ha scritto cosa.

Scrivetecelo e forse risponderemo: forse, perché da un certo punto in poi le quattro mani si sono talmente intrecciate che anche per noi potrebbe essere complicato ritrovare l’orma di ciascuna.

———

«Quanto tempo abbiamo?»

Piove. Sgocciolano gocce pesanti dalle incerate appese alle sedie. Per certi versil’estate sa essere più bastarda dell’inverno. 

Il tavolo è minuscolo, si muove come per una seduta spiritica scalcagnata. Grondano i tendoni.

La piazzetta è vuota. Le panchine sono vuote. 

«Quanto tempo abbiamo?»

Nina passa l’indice sul vetro ghiacciato, segna una striscia sulla condensa:

«Questo.»

«Il tempo di un bicchiere?»

Nina annuisce appena.

«E siamo venute qui per il tempo di un bicchiere? Se quella stronza ne metteva di più, magari ci stavamo più larghe.»

La cameriera è una giovane slavata, di una mutezza aggressiva.

«Che vino hai ordinato?»

Gea fa una smorfia, come a dire non lo so, non sono vere e proprie spallucce, più una indifferenza sostanziale nei confronti della questione, di tutte le questioni.

«Non hai mai capito niente di vino. Non sopporto chi non si interessa di vino e beve quello che passa. È una questione di approccio generale. Tu, a esempio, bevi quello che passa. Come si può?»

Piove, ma non tantissimo. L’ultimo sole, offuscato dalle nuvole, non si decide a tramontare. Fine estate. La fine dell’estate si fa sentire, il vento, l’acqua dopo le cinque del pomeriggio, il silenzio che prelude all’inverno, stagione spettrale e buia per Gea, confortevole e dolcemente malinconica per Nina.

«Quanto tempo abbiamo? Ah, hai detto il tempo di un bicchiere.»

Nina fissa negli occhi Gea e sta ferma. Torna a guardare nella strada principale due macchine che svoltano dal centro verso il passo o si infilano nel garage sotterraneo dell’hotel a specchi.

Nina prende un sorso. Sente che è acido. Forse è la pressione del clima, del cielo. Il vino è diverso a seconda della pressione. Si augura almeno sia del posto:

«Quindi se non beviamo abbiamo più tempo… se ce lo teniamo, metti, un’ora, e lo facciamo diventare caldo, chissenefrega, abbiamo più tempo.»

«Quanto tempo abbiamo?»

Fa segno alla cameriera, che porti qualcosa da accompagnare.

«Non si può ingoiare a digiuno un vino tanto acido, buca le viscere.»

Quella torna con due cetriolini in una coppetta di vetro.

«Cetriolini, acidi pure loro.»

La cameriera guarda senza sguardo. Come non capisse la lingua, come se non capisse se è davvero un rimprovero. Si allontana e torna con tocchetti di pane e un piattino di formaggio, schegge di formaggio molle. Quindi ha capito.

«E quindi. Potremmo prendere un altro bicchiere. O no, se vuoi che sia salva la norma, guarda, potremmo farci riempire questo fino all’orlo, prima di finirlo. Il tempo di un bicchiere. Ne lascio un dito, meno, stai a guardare, così, un filo in fondo, e la stronza mi riempie questo, senza portarselo. Unico bicchiere.»

Ridacchia.

«Dici che è la soluzione, che può servire?»

«Dimmelo tu.»

«Che luce strana c’è stasera.»

Riverberi opalescenti dentro il locale. Fuori è ancora grigio, ma un grigio pulito, profumato.

Gli sguardi si fanno più solidali.

«Prova a darmi torto! No, non ce la fai.»

Gea socchiude gli occhi, scuote lenta la testa, trattiene l’aria di un respiro. Non fa a tempo a dire niente.

«Non ce la fai… non perché ti manchi il coraggio, ma perché è così, è come dico io.»

«È come dici tu. Quanto tempo abbiamo?»

«Aspettiamo che calmi il vento, aspettiamo che il sole sbuchi da quella nuvola nera.»

«Quando è l’ultima volta che hai riso… con le lacrime agli occhi… per una cazzata?»

Gea cerca nei ricordi, lo sguardo in su. Posa lo sguardo su mille cose attorno a lei, di certo non le vede, guarda i ricordi, li passa in rassegna in ordine confuso, non cronologico. Suo fratello, una tavola con tanti amici seduti attorno, suo padre, la mamma con un orsacchiotto in mano.

«Così indietro devo andare? No, aspetta…»

«Vedi, non te lo ricordi. È passato troppo tempo.»

«A me non piace ridere. Non leggo libri divertenti, non guardo film allegri.»

«Ridere non è una scelta.»

«Neanche vivere.»

«Sarà. Ma ormai ci sei, tanto vale ridere, ogni tanto. Ogni volta che capita. Dobbiamo cercarle le occasioni per ridere. Più spesso.»

«A me basta sorridere. Basterebbe. Più spesso. Quanto tempo abbiamo?»

Sono stata cancellata

Se stasera avessi un blog,

oserei, senza mezze parole, raccontare questo fatto che mi è capitato.

Stamattina mi sono accorta che una mi ha cancellato dai suoi amici Fb. Una tizia,  una conoscente.

La storia è cominciata qualche mese fa, a settembre, per la precisione. Con un messaggio mi chiedeva di cancellarla dai contatti, perché lei non ci riusciva. Firmava la richiesta, nome e cognome.

Non era, non è, una mia amica. Una persona che incontri nel percorso, ci parli, tutto sommato con piacere, una certa sensibilità, anche una buona cultura. Una donna pratica, non mi dispiaceva. Spesso mi aveva chiesto di uscire, per il pranzo, in particolare. Ma lei è un bel po’ più giovane di me, almeno dieci anni, ha un ritmo di vita differente, un lavoro pomeridiano in un’assicurazione, un marito che spesso lavora fuori, un pilota di linea, su e giù non so da dove a dove, due figli che, per buona parte della giornata stanno a scuola e una discreta dose di leggerezza che, purtroppo ho perso, non ho mai avuto, diciamo, manco quando di anni ne avevo pure io dieci fa e le cose erano pure peggio.  Quindi i rapporti con la mia conoscente erano cortesi, non formali, ci siamo raccontate delle cose private, ma circoscritti.

Insomma a settembre questa mi chiedeva di essere cancellata dagli amici, sempre perché, pare, lei non ci riusciva, e soprattutto perché viveva con imbarazzo il fatto che non le mettessi mai un like ai suoi post su fb.

Le ho scritto che si sbagliava, che era un caso, che probabilmente mi sfuggivano, i suoi post; ho insistito, l’ho lusingata, le ho scritto che provavo affetto; è vero, i suoi commenti politici non li condividevo, ma per il resto, le fotografie erano belle.

Lei ha insistito, non apprezzavo neppure i suoi commenti ai miei post.

Mi stavo incartando col cervello, post suoi, post miei, mi piace, non mi piace, ma che è. Alla fine di una estenuante conversazione WhatsApp mentre mi vestivo e dovevo andare a lavorare e alle otto e mezza di mattina faceva già – ancora, visto che era settembre – un caldo assassino, le sparo che Fb per me è un passatempo mentre cuoce la pasta.

Si era placata. Il tempo è passato.

Stamattina, così, folgorata, ho notato che non vedo più i suoi post, le sue foto. Un algoritmo di FB? Sono andata a cercare, manco io so come si fa, a cercare, a cancellare, a taggare, poi, men che meno. Della conoscente manco l’ombra.

Sono stata cancellata, bloccata, bannata, una dichiarazione del tipo, per me sei morta. Il modo l’ha trovato.

La dovevo cancellare io, lo sapevo come si fa, invece di lisciarla, e dai e smetti e su. Lo dovevo fare. Lo posso dire qua?

Ti cancello io, perché questi tizi nuovi che ricopiano i vecchi mai morti, vanno cancellati, io non mi ci mischio, gli aderenti locali interessati alle strade pulite pulite, lavate col detersivo da schiuma dell’oceano, che se cado un giorno e mi rompo il collo, poi si ride.

La dovevo cancellare quando tuonava contro la birra bevuta all’aperto, di sera, nelle piazze: e che sei, mia nonna, che peraltro era più moderna di te, e non diceva che chi beve birra di sera, in pubblico, o, peggio, mangia, alimentando con le briciole i ratti cittadini, è un bandito. Ho bevuto birra all’aperto – Campo dei Fiori, Trinità dei Monti, ti ricordi, Maria Pia, e poi Montmartre, l’ho comprata da un cingalese che trasportava le lattine in una borsa termica, quelle del mare, degli anni settanta, di certo è un reato – e la bevo ancora. Pensa te, mangio anche il gelato.

La dovevo cancellare io. Che con certa gente non mi ci devo mischiare.

Mi dispiace solo che questa conoscente è delle mie parti e proprio non lo digerisco, che i pugliesi si dimenticano chi sono.

Restiamo umani

Da quando la cattiveria e l’ignoranza sono diventate virtù? Da quando sono diventate valori da sbandierare ai quattro venti? Da quando le conoscenze e la cultura altrui sono diventati strumenti denigratori,  sbattuti in faccia per offendere? Da quando l’essere fascista e razzista è motivo di orgoglio supremo?

Sono stati i social a sdoganare questo esercito di replicanti incattiviti e aridi? o piuttosto una diffusa miseria umana, che come sempre accade, ha cercato un capro espiatorio, un poveretto, uno più disgraziato, per potergli vomitare addosso tutta la frustrazione di una vita.

Quando studiavo tutto questo non era ancora iniziato. Negli ambienti studenteschi e fuori da lì, c’erano persone che discutevano, spesso su fronti opposti, ma il dibattito si svolgeva sicuramente su altri piani e con altro stile. Sì certo i fascisti c’erano anche allora, ma erano meno e avevano più timore a palesarsi. Poi c’erano i qualunquisti. Sì i qualunquisti. Tanti. La generazione è questa. Deve essere successo così. A un certo punto, quei qualunquisti si sono tramutati in tuttologi: sociologi, filosofi, storici e, soprattutto, teorici politici. Tutti rigorosamente formati all’ “Università della vita”. Tutti indefessamente impegnati a fare proseliti o, meglio, followers. E ci sono riusciti, perché si sono moltiplicati.

Adesso chiunque si sente autorizzato a dire la sua, urlando in modo becero e arrogante, in un Italiano offeso e sgrammaticato, senza che dietro queste sequenze di parole – non mi sento di chiamarle “ragionamenti” – ci siano fonti attendibili, una motivazione o un’informazione adeguata.

Slogan e anatemi sprigionati da frustrazioni e malesseri personali, che niente hanno a che fare – né tantomeno sono stati generati – dalle disgrazie altrui, dalle tragedie, vere, vissute da povere persone che, come unico torto, hanno avuto quello di nascere nella parte sbagliata del mondo.

Ma l’odio, gratuito, continua a diffondersi, un odio che polarizza l’Italia tutta, da nord a sud. Che spinge tanti, troppi, soldatini ammaestrati a dare fiato e inchiostro a terribili proclami, all’indifferenza più assoluta – quando non è vera e propria soddisfazione – di fronte a centinaia di vite perdute, sogni e pagelle che si inabissano nel mare.

Non credo né ai confini, né ai muri, ma come diceva Vittorio Arrigoni, “credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, alla stessa famiglia, che è la famiglia umana”

Quei corpicini smembrati, quelle vite potate ancora prima di fiorire
 saranno un incubo per tutto il resto della mia vita,
e se ho ancora la forza di raccontare della loro fine
 è perché voglio rendere giustizia a chi non ha più voce,
forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare.
 
Restiamo umani
(V. Arrigoni)