Primo maggio su commissione

Fa freddo ancora. Niente primavera, ancora.

È sempre stato così il primo maggio. Incerto.

Non è vero, ce ne sono stati di diversi.

Ci è tornato in mente insieme, stamattina, mentre me lo dicevi, che credevo essermelo scordato, e invece c’era per intero, e mi hai detto ti ricordi? E ti ricordi? E ti ricordi?

E poi mi hai detto, me la scrivi una cosa su quel primo maggio?

Io ti ho detto che secondo me era il 25 aprile, ma tu dici che era il primo maggio. Fa differenza?

Avevamo una Panda senza il sedile posteriore. Chi stava seduto dietro, e io ci stavo, seduta dietro, pareva affondato dentro a una tinozza, con le gambe scomposte.

La Panda era rossa e il cambio grattava. Era una Panda in prestito.

Il primo maggio siamo andati al Circo Massimo e a Piazza Venezia, ma non ricordo se prima al Circo Msssimo e poi a Piazza Venezia o viceversa.

Non mi ricordo se abbiamo parcheggiato, ma mi ricordo scale e sole, sole e profumi.

Io quel profumo di Roma non l’ho sentito più. L’odore pieno, di cose al sole, pietre, capelli, io e te mano nella mano, avevo un maglione di cotone bianco con dei fiocchi rosa, come avevo potuto comprare una cosa tanto orribile, e dei ricci grossi su una testa da leone, che saltavano e si muovevano, e anche tu, una testa enorme di capelli a terrazza, ma ridevamo, e quegli altri due dietro, ma noi li distanziavamo, che cosa mancava alla felicità?

E poi mancava un mese alla laurea, questo lo so, la tua e la mia, e con la Panda rossa tutti e quattro giravamo per Roma, e il sole, e quell’anno Masini cantava nella radio di ragazze così e così, e noi ridevamo, che eravamo proprio convinte si potesse essere ragazze poco serie, la radio sempre sintonizzata sulla musica italiana e poi dimmi dove sei che ogni tanto mi oriento.

Che schifo di musica, diceva quell’altro seduto accanto nella tinozza, ma mancava un mese alla laurea, c’era caldo, mica come adesso, che al primo maggio la stagione è lontana, sole e tutta quella luce, neppure quella luce l’ho più vista.

Poi cucinammo una strana pasta nell’appartamento di Piazza Bologna, eravamo cinque, sei, non me lo ricordo. Quello della tinozza disse buona, ma ora devo andare e ci vediamo qui stasera.

E noi tre uscimmo ancora e tutto il Muro Torto, e sole, e caldo, io sola nella tinozza senza sedile, e poi dicemmo torniamo a casa, lo aspettiamo e poi ancora Panda.

Si fece tardi e quello non veniva, non c’erano mica i telefoni che chiami e solleciti, controlli, spingi, alletti. Aspettammo e il profumo di Roma di sera entrava attraverso la tenda.

C’era una festa, ma io volevo aspettare ancora e poi però, dopo tanto aspettare, andammo via, siete sicuri che non c’è più tempo?, e andammo alla festa di uno che adesso ho pudore persino a pensarlo, che stavamo lì, siete sicuri che siamo invitati proprio noi, con questi capelli e i pantaloni dell’Upim, e il tizio ci aprì e disse, prendete il vino là in fondo, e conobbi Paolo che insegnava all’università e il suo compagno che era chirurgo a Madrid e si vedevano quando i voli di trent’anni fa lo consentivano e dissero, stai tranquilla, anche a distanza l’amore vale.

Vale, dissi, ma non resta.

Ce la fa, ce la fa.

Tutti avevano occhiali da sole anche se era sera e stavamo in una casa al chiuso e Andrea disse delle cose su Cracovia e su un film che aveva fatto, poi andammo via. Un giro al Gianicolo, senza scendere dalla Panda, il profumo di Roma di sera che era diventato Roma di notte, quel profumo di Roma non l’ho sentito più, e poi rientrammo.

L’inquilino dell’appartamento disse che chi aspettavo era arrivato un attimo dopo che eravamo andati via. Pensai che dovevo imparare. Non si dovrebbe mai mollare, a averne la forza. Bisognerebbe insistere, pure nell’attesa, a averne il coraggio.

Trovai un biglietto sul cuscino, non l’ho conservato. Un messaggio senza telefono.

Era entrato uno spicchio di Roma dalla finestra.

Io lo so adesso dove sei, lo so dove siete tutti quanti. Dentro quel primo maggio di caldo caldo, di profumi e speranze, che così non ce ne sono più.

Il resto ce l’ha fatta, per la parte migliore, come si disse quella notte. Solo per la parte migliore.

Va bene, Maria Pia? C’è altro?

Imbrogli pugliesi

Metti che esiste un circolo letterario.

Metti la riunione per gli auguri pasquali del circolo letterario Simenon & C. di cui fai parte. Non ci vuoi andare, perché pioviggina e poi bisogna ordinare l’agnello per Pasqua, ma non la puoi usare come scusa, perché l’agnellomangiatopercaritànoino, e poi sei quella che non rispetta il regolamento interno e allora ci devi andare. Anche perché, oltre agli auguri, inizia la selezione dei manoscritti arrivati on line per il concorso “Parole in giallo”, e allora ci vai.

Villetta nella campagna toscana, tazze di porcellana e scone che manco a Londra.

Metti che la riunione comincia, tutti presenti. Sono arrivati tanti manoscritti, c’era un lasso di tempo a cronometro, inviare il testo dalle alle, chi entra entra e si vince una pubblicazione con la tipografia locale. Sono arrivati moltissimi manoscritti dalla Puglia.

Il direttore della banca dice, e si sa.

Che intendi, chiedo.

L’area manager della Allsophia informatica s.r.l. dice, senza girarsi verso di me, spalle ritte, imbrogli, e agita la mano, come rimescolasse  un pastone, un secchio di malta,  la gira per bene, ci va nel profondo.

Dico che questa affermazione mi dispiace.

Qualcuno propone di chiedermi scusa, l’area manager, quella della mano che impasta a grandi cerchi, dice, non è questa la sede.

Per chiedere scusa tu o per dire che mi dispiace io?

Ma per favore, non era diretto a te.

E ci credo, ma è la prima volta, dopo quasi trent’anni da questi parti, che un commento del genere mi tocca. Che non lo so che ci sono imbrogli, ma non era dappertutto?

Sarà l’età.

Il lavoro di verifica dei manoscritti è lungo, e è solo l’inzio. Finiamo dopo tre ore, ho mangiato quattro tramezzini al cetriolo, che, appunto, manco a Londra.

Mi è dispiaciuto, nell’ordine:

  1. Che ovunque è saltato il tappo, quello famoso, e che MO (PUGLIESE!) tutti vomitano quello che tenevano stipato, per creanza e per convinzione, in fondo in fondo;
  2. Che altri meridionali presenti alla riunione del circolo letterario hanno pigolato senza protestare;
  3. Che chi pubblica bellissimi pamphlet, a spese del circolo letterario in questione, contro nemici lontani, che tanto non leggeranno mai invettive e legittime filippiche, non abbia detto alla socia accanto, ma dai, questo è un pregiudizio, cheneso, uno steretipo, una leggera vena di campanilismo, per non farla esagerata. Poi di fronte a lei, almeno dillo a parte;
  4. Che io ho perso l’occasione per essere più leggera (LA MAGNAGRECIA!) e meno permalosa, e altri di stare zitti.

MO lo dico, visto il prossimo rinnovo delle nomine nel circolo letterario Simenon & C., se mai dovessero chiedermi di assumere l’incarico di tesoriere, di addetto alle pubbliche relazioni del circolo letterario Simenon & C., di addetto stampa, di curatore di collana, dirò che no, sono pugliese e faccio imbrogli, per carità.

Ho comprato l’agnello.

Lam e ritorni (2)

Non so se sia peggio aspettare l’autobus col caldo oppure col freddo. Se, senza pensilina, ti trafigge un sole cattivo che manco ai tropici peggiori o se ti bagna la pioggia con vento delle sei e cinquantantacinque.

I ritardi della Lam Rossa sono ormai leggenda. Quando arrivi alla fermata e c’è un altro tizio qualunque, sconosciuto, mai visto, incontrato due volte o mille, stessa ora stessa corsa, la tiritera anche oggi è che l’autobus ha saltato due corse, ieri abbiamo aspettato quaranta minuti, il demente dell’autista ha tirato dritto, non si è fermato, e sghignazzava, lo stronzo. Niente considerazioni sul tempo o sulla politica. La Lam.

C’è una ragazza che aspetta e aggancia chiunque per lamentarsi delle meraviglie della Lam Rossa, avrà vent’anni, e manco buongiorno, dice, ma la Lam la sta aspettando da stanotte, ci ha dormito, alla pala. E poi gli zingari e i furti. E il tizio con la sindrome di Tourette che ti apostrofa in ogni maniera, fai schifo, comunica a tutti, e non dovrebbero farlo salire, e i posti in piedi, e certo, se ne saltano tre di corse stiamo stipati come maiali. Non la guardo mai negli occhi, che, se incrocia lo sguardo, è finita.

Non capisco bene come funzioni la cosa, ma i ritardi ci sono, è innegabile. La Lam è, non considerando l’acronimo leggero e moderno, niente di più che una circolare. Parte da un punto e a quello deve ritornare. Che se sali qui, fai il giro turistico della città, passi per la stazione, una visita all’ospedale, qui devi tornare. La stessa macchina. Se una sera non hai di meglio da fare, la solitudine ti prende, la casa è stretta e al cinema non c’è niente, un giro in Lam potrebbe essere l’alternativa ideale.

Quindi se ti metti da questa parte e vedi la Lam dall’altro lato della strada, dodici minuti al massimo e la stessa deve passare a prenderti, se non è intanto arrivata quella della corsa precedente.

Così è tutto un ne ho viste salire due, tre, non ne è scesa neppure una, che significa che la gente sta lì, alla fermata, da quindici, trenta, quarantacinque minuti, guardando nel vuoto, in fondo, che spunti, venendo in giù, una di quelle prima salite. Un andirivieni che, però, da qualche parte si inceppa.

Ciò che va, non ritorna. O, per essere precisi, non tutto quello che va, ritorna, o almeno non nei tempi previsti.

E allora ieri, che stavamo a studiare l’oscillazione degli autobus, quelli che andavano e nessuno che ne tornava, una tizia ha detto, colpa dei francesi, si sono comprati l’azienda, diminuiscono il personale e le macchine vecchie non le rimpiazzano. Ne partono un numero, ma ne circolano, di fatto, di meno, le fermano al deposito, questioni di tagli e niente rispetto. Peggio, ha detto un altro, c’è qualcosa che non quadra. È come se da qualche parte le macchine sparissero.

Inghiottite, ho detto.

Appunto.

Ho aspettato la Lam Rossa, che a un certo punto è arrivata e ha caricato il mucchio di gente. Sono andata a lavorare. Piovigginava. Sono uscita presto. Ho ripreso la Lam e ho pensato, ho due possibilità. Ci resto sopra, faccio il giro e vediamo dove finisce.

Oppure prendo l’auto e ne seguo una a caso, partendo però dal punto che so io, quello davanti al bar, dopo il cimiterino, quando le ruote si inabissano sul viale, proseguono e poi non se ne sa più nulla.

Dalla pioggia eravamo passati a una nebbia stupida, pioggia condensata, lattigine appiccicosa.

Di scendere dall’autobus non avevo voglia. Mi stavo assopendo. Sarei rimasta sulla Lam e avrei concluso il viaggio per vedere dove andava a finire. Eppure, mano a mano che si procedeva, la gente scemava. Erano neppure le undici, studenti ormai in classe, casalinghe a casa, lavoratori in ufficio e pochi turisti per la Torre, dove in effetti è sceso l’ultimo passeggero. Siamo rimasti l’autista e io.

A me, nonostante ci vada dietro, in un’infantile ricerca sadica, le cose di mistero piacciono poco o mi piacciono protette. Adesso questa Lam prosegue, cimitero piccolo, cimitero grande, l’autista, io e il buco nero in fondo.

Sono scesa. Ho preso la macchina e mi sono appostata di nuovo alla fermata, l’incriminata, l’ultima prima dell’oblio, del non ritorno. Quella che precede il triangolo delle Bermude.

È andata che ho aspettato venti minuti. Nella radio c’era brutta musica. Stavo con le quattro frecce dietro lo stallo giallo della sosta. La Lam è arrivata, si è fermata, un tizio con la valigia se n’è andato verso il parcheggio.

Ho seguito la Lam. Le 11.42.

In certi periodi, il ritrovarsi tra lo sbigottito e l’incredulo per quello che sta intorno, potrebbe avere come medicina un inseguimento alla Lam rossa, con un’andatura variabile.

La Lam correva, sul viale del cimitero. Ha inchiodato alla fermata, mentre pioveva più fitto. Comunque la corsa continuava e l’autobus davanti c’era ancora.

Penso, mentre inseguo, cose a caso. Tipo che certe,che dovrebbero cambiare, stanno immobili e cose che invece farebbero bene a restare dove sono, cambiano. Il meccanismo non funziona come vorremmo, è invertito. Cose che cambiano e non vorresti. Un meccanismo rotto tipo Lam Rossa, troppo facile il parallelo. E tu stai a spingere, spingere, e madonna che fatica.

La Lam proseguiva. Alla farmacia non si è fermata. Ha girato verso Viareggio, non credevo passasse da lì, un itinerario imprevisto, avevo sempre immaginato, la sua, una corsa di pura città.

Certo che, a pensarci, non era tanto normale che stavo inseguendo una Lam, credendo chissà che cosa, o forse col bisogno, prima, di scoprire che era tutta responsabilità umana, il disservizio, e, poi, di litigare a morte con qualcuno, litigare per email con la sede legale, di persona, sfogare quella rabbia da immobilità/mobilità invertite, e con chi di meglio puoi prendertela se non con gli autisti della Lam, tanto loro, di norma, non ascoltano, non è colpa nostra, fate reclamo, telefonate al numero verde, e spesso manco rispondono. Ottimi pungiball per periodi difficili.

Aveva rallentato e camminava, fuori città, senza intoppi e senza fermate. E infatti, fino a allora, non c’era stato niente a fagocitare le macchine e nessun ostacolo. Ma allora perché i ritardi? Erano passati sei minuti, le 11.48. Tra altri otto avremmo dovuto essere tornati lì dove eravamo partiti.

Nella macchina si stavano appannando i vetri. Come una svitata, stavo inseguendo una Lam per vedere se qualcosa la ingoiava, seguivo un autobus alla ricerca di fantasmi. E del rimedio allo sconforto, che mi era preso all’improvviso, per cose che procedono verso  direzioni proprie, opposte a quelle dei nostri desideri.

Così la Lam stava finendo il viale parallelo e già virava verso l’interno. Stava tornando in città. Pioveva fortissimo, non era previsto, piuttosto avevano detto vento freddo, ma non quell’acqua mista a latte schiumoso in polvere.Ci vedevo poco. Auto in seconda fila al panificio. Auto che invadevano l’altra carreggiata per evitare quelle in seconda fila. Tergiscristalli lenti. L’autobus giallo e rosso sempre davanti, rallentava anche lui, alzava l’acqua che in pochi minuti si era raccolta nelle buche.

Qualcosa stava attraversando la strada. Un’ombra, un sacco, un ingombro, non lo avevo visto. Ho inchiodato e piano, pianissimo, come impemeabile alla bufera, ho visto che era Belfagor, ai piedi certe pantofoline di pezza rosse, una busta di plastica bianca in testa, e portava ritto un cartello, un pezzo di cartone, forse un imballo da merendine, ci aveva scritto

LE COSE SE LA SBRIGHINO SENZA DI NOI. NO ALLA PROSTITUZIONE.

Tanto che non la vedevo, sempre più matta. Belfagor che dorme nel vicolo dietro casa, che parla a un cellulare immaginario, l’ereditiera defraudata. So di aver pensato, per un attimo, guarda un po’, persino i verbi corretti. Ma poi lei era lenta, tanto lenta, si trascinava, mi guardava da sotto il cappuccio con i soliti mezzi occhi e lo stava facendo apposta, mi stava bloccando mentre la Lam in fondo, la intravedevo, si perdeva in un fumo improvviso, da tubi di scappamento o da prestigiatori, fumo di nebbia, latte e pioggia. In fondo vedevo l’ultima striscia dell’autobus che andava, Belfagor teneva in alto il cartello, lo stava agitando verso di me, come un motto di protesta, a dire leggilo!, ma io volevo vedere soltanto dove andava a finire la Lam, sì ho capito, vai!, vai!, ma la Lam l’avevano già ingoiata, là in fondo, la curva o la fossa maledetta. Non avrei mai saputo la sua fine, ma mai più avrei avuto il coraggio di comportarmi da svitata.

Belfagor sogghignava e in quel momento l’ho odiata. Con tutto il suo cartello e le frasi a arte da Baci Perugina. Non mi aveva risolto niente, né le scomparse della Lam Rossa né lo sconforto dovuto a meccanismi mal funzionanti.



Prima di marzo

Quando seppe che mi piacevano, mi portava gli alberi, non i rami. Li tagliava o glieli regalavano, non lo so. Li caricava sulla Lambretta – la Vespa, dopo qualche anno – e si faceva venti chilometri dal paese. Con l’albero giallo tra i piedi.

Arrivava appena fiorivano, prima che fosse marzo, molto prima della primavera.

Alla porta, entrava prima l’albero e poi lui, ti piacciono, no?, che non era di tante parole.

Gli avevo preparato una torta margherita fatta con le buste. A casa non c’era nessuno.

Mangiavamo con la mimosa stesa sul tavolo, lunga quanto l’intero tavolo.

Che ne facciamo ora? È troppo grande, troppo profumo.

Dividila, con qualcuno.

Mio nonno ce l’aveva come filosofia, dividi quello che hai, fatti un amico.

O portiamola in chiesa.

Gli piaceva la chiesa di Santa Teresa su via Cesare Battisti, lontana, la mimosa la dovevamo trascinare a piedi.

Se il portone era chiuso, ce la lasciavamo appoggiata.

Poi riprendeva la Lambretta – la Vespa, dopo qualche anno – e tornava al paese senza risalire a casa. Mi metteva in mano qualcosa, dividi con tua sorella.

Tutto è relativo

Se stasera avessi un blog,

visto che ho giusto il tempo di respirare, stasera, e però questo diario non può essere sospeso per molto, se stasera avessi un blog, riproporrei con alcune modifiche  una cosa scritta e pubblicata tempo fa. È ancora valida per intero pure se non è estate.

E poi c’è un’amica a cui voglio fare compagnia, in questi giorni.

Questi, a Taranto, sono giorni che, come sempre, hanno a che fare con l’acciaieria, le ore prima di qualcosa che riguarda quelli sull’Appia.

Non posso fare a meno di cercarne il segno nella gente, nelle parole scambiate in fila al bancone della macelleria. A me sembra se ne parli poco. Qualche accenno, nessuna ubriacatura, nessun commento fuori posto, nessun fulmine di anatema. Ne sono quasi delusa. Pare siamo disposti a subire il futuro, qualsiasi sia.

Il cielo è velato, uno strato di nuvole di afa. Penso che rispecchi la cronaca, ma è solo caldo remoto e compatto. La città è in bianco e nero.

La sera, scegliamo un bar nuovo in periferia. Tutto bianco, le poltroncine sotto i gazebo a pagoda, i tavoli, le sedie, le candele quadrate, l’insegna che non si distingue, seppellita nel bianco del muro. Il posto si illude di contrastare il grigio opaco del cielo, dei mulinelli di polvere e carte che lo scirocco crea a cinque centimetri da terra.

Ci sediamo fuori. Chiedo un bicchiere di vino bianco, vorrei sapere che etichette avete, o almeno quale vino.

Si infastidiscono, gli altri, quando lo faccio. Dicono che dovrei prendere un vino bianco qualunque, senza tante storie. Ma per me il vino bianco di sera è un’emozione profonda, nel suo gusto rintraccio l’alchimia di ricordi e progetti, anniento l’eccessivo coinvolgimento con le cose, dimentico il caldo, se è caldo, la pioggia, se piove. In un solo bicchiere, magari in due.

Non mi piace tutto il vino bianco, non amo la mineralità corposa dei siciliani, il fruttato deciso dei campani, la tranquillità senza sorprese dei pugliesi. Voglio i vini del nord, maggiore è la lontananza, meglio sto. Altre lingue e luoghi credo mi siano appartenuti, in un’altra vita, il lontano sapore di mele, la clandestinità di rocce e boschi.

Per questo voglio scegliere il vino.

Chiedo, che vini avete?

Il ragazzo mi guarda smarrito, col notes in mano, non lo sa, va a chiedere.

Lo intravedo nel bar, parla con due giovani donne che preparano il buffet. Passano due o tre minuti, mi sento in colpa, gli altri hanno sete, il tramonto ha una supremazia cattiva sui nostri corpi, nessuno viene a prendere le ordinazioni.

Finalmente torna, dice, di scuro abbiamo un primitivo, di chiaro….

Già mi sento male. Menomale si blocca da solo, riflette, non ricorda. Si volta verso l’interno del bar a chiedere soccorso.

Dico, non importa, mi dia quello che ha.

E invece esce una delle ragazze, prego, fa, pure scocciata.

Vorrei un vino bianco del nord, dico.

Ci sono solo vino del Salento. Del nord abbiamo una Falanghina.

La guardo, valuto l’informazione. Non resisto, la Falanghina è di Benevento.

E Benevento è a nord, dice, composta, e del tutto sconcertata.

Giusto.

Mi faccio portare un prosecco.

Somma e totale

Come mai le settimane volano e i mesi sembrano invece anni?

Non è una mia riflessione. Condividevamo una scrivania con cento carte confuse, lui le sistemava, io non so, ma questa cosa che è oggi martedì e la settimana ormai è andata, domani pomeriggio non ci sono, giovedì tu, poi arriva il tecnico della caldaia alle due, gli apri, poi arrivo io, venerdì è l’unico pomeriggio libero, possiamo infilarci tre cose, se le incastriamo bene, e vedere Luciana, che è da prima di Natale che rimandiamo, e menomale che abitiamo a due strade, dal medico per le ricette ci vado in autobus, a fare la spesa sabato mattina, intanto domani finisco alle otto prendo due pizze al ritorno, sì, ma io non ci sarò prima delle nove.

Vedi che in quattro righe è già domenica.

E invece gennaio è stato lunghissimo e pesante con quattro settimane bruciate in un lampo e febbraio non finisce più, anche se oggi è martedì e domani è già sabato.

Come funziona allora la questione? Dove si inceppa il meccanismo veloce/lento/off/on, chiudi gli occhi e passano sette giorni, li riapri e sei ripartito dal primo del mese, in un giorno della marmotta infinito.

Erano le cinque di un pomeriggio di sole, mentre pensavo a questo. L’autobus prendeva tutte le buche, senza evitarne manco una, l’Arno aveva la luce della primavera impaziente.

Come può essere? È la somma che fa il totale, mi viene, cioè metti tanti segmenti leggeri e la retta si fa pesante, alla lunga. Pesante e sconfinata.

Metti 12 gradini X 2 + 6 gradini da salire ogni giorno per almeno 6/7 volte al giorno, metti singoli sacchetti della spesa e hai portato a casa, su quei gradini, mezzo supermercato, che, alla fine, risulta ingombrante. Non so, mi chiedo.

O non è il numero dei gradini e dei sacchetti, ma proprio il gradino, e tutta quella spesa, che non sai se poi ti serve, le verdure fanno bene, la pillola della pressione è finita, la spazzatura da differenziare, passaggi veloci in camere da degenza, le telefonate che non arrivano e neanche il sonno, e quelli che se ne sono andati, e quelli che non si fanno sentire, il cane che abbaia in loop, la tosse, due chili, i moduli, la collezione di candele che se si accendono da sole viene un falò della casa in cima ai 12 gradini X 2 + 6 gradini, e quelli che si fanno sentire ma stanno zitti.

L’autobus svolta sul Ponte di Mezzo. Stasera faccio tardi.

Una ragazza riccia risponde al telefono. Ha i capelli inanellati, sembra mia sorella di anni fa.

Bene, dice, con un sorriso largo bello che adesso le scopre un incisivo appena accavallato all’altro.

Sì, trenta. E chiude.

Non racconta com’è andata, le domande, quanto è durato, se è stata dura, se lo ritiene un risultato giusto.

Solo trenta. Sorride da sola. Controlla dei messaggi e continua a sorridere, a sé, quasi ride, leggera.

Io andavo sui gradini di San Nicola, dopo un esame, quando ancora non si poteva, che il quartiere non era il salotto di adesso, compravo un giornale di moda e un paio di gettoni per dire a mio padre, trenta. E Bari era bellissima, un mare aperto di speranze. Avevo comprato la focaccia da Magda e avevo sempre qualcuno da aspettare, seduta sui gradini, che erano bianchi, bassi, il pomeriggio diventava una sera tiepida, e non c’era nessun posto al mondo migliore per guardare una piazza e la fetta di sole.

Se invece dovevo ripartire, compravo un panino con l’insalata di pollo alla stazione, un lusso, e in treno avrei cominciato a leggere il nuovo libro che mi ero fotocopiata per l’esame successivo, e avevo questo sorriso qua. E non sentivo né caldo né freddo, nessuna fatica delle settimane passate e i mesi volavano, tanto quanto i giorni e le settimane, né più né meno, leggeri, volavano, altro che somme e totali.

E questa ragazza riccia con gli occhi lago che sembra mia sorella sta sorridendo dalla basilica di San Nicola, sono scesa e lei ha proseguito e di certo alla stazione comprerà un panino con l’insalata di pollo, e farà progetti per l’immediato futuro e per quello lontano. Che può succedere, del resto, se non che tutto si avveri, e che tutto prosegua così, trenta, trenta, con le persone immobili dove si immagina che siano e sempre saranno, in un pomeriggio di sole, a febbraio.

Allora non è che per noi l’ingranaggio si inceppa adesso, volta per volta, nel passaggio settimane/mese. Neppure la questione, scontata, che la somma diventi a un tratto più grave dei singoli addendi: il meccanismo si è inceppato tempo fa, una volta per tutte e non l’abbiamo più riparato. Men che meno cambiato, ci vuole tempo, preventivi e coraggio, per cambiare una cosa che tutto sommato va ancora.

Così lo abbiamo oliato, e quello di olio si è impregnato, e intanto si appesantiva, e la stoppa, e un ricambio riciclato, che l’originale costava troppo, invece meglio un ferro da centro demolizioni fetido nella periferia, ma pesa di più, e qualche bullone per tenere insieme lo slegato, e forse dentro c’è acqua da qualche parte, e la ruggine pesa?, e l’aria insufflata perché giri, giri, giri, che a volte proprio non vuole muoversi. Pesa più il meccanismo così assemblato o soffiarci dentro l’aria?

Quindi, come mai le settimane volano e i mesi sembrano invece anni? Metti tanti segmenti leggeri e la retta si fa pesante? Metti tanti gradini e il meccanismo diventa legnoso?

Sai, tesoro mio, non lo so. Però, adesso, con il trenta leggero che esce dal sorriso della ragazza riccia, penso che non sia una questione di numero di gradini, ma di tipo di gradini, della loro direzione. Credo che l’arcano sia da trovare nello sguardo dei gradini: che cosa vedono, dove si affacciano, dove guardi tu, mentre le settimane si fanno mesi.

Per ora solo questo, una faccenda intricata, e amara, che riguarda i gradini di basiliche e case.

Sono stata cancellata

Se stasera avessi un blog,

oserei, senza mezze parole, raccontare questo fatto che mi è capitato.

Stamattina mi sono accorta che una mi ha cancellato dai suoi amici Fb. Una tizia,  una conoscente.

La storia è cominciata qualche mese fa, a settembre, per la precisione. Con un messaggio mi chiedeva di cancellarla dai contatti, perché lei non ci riusciva. Firmava la richiesta, nome e cognome.

Non era, non è, una mia amica. Una persona che incontri nel percorso, ci parli, tutto sommato con piacere, una certa sensibilità, anche una buona cultura. Una donna pratica, non mi dispiaceva. Spesso mi aveva chiesto di uscire, per il pranzo, in particolare. Ma lei è un bel po’ più giovane di me, almeno dieci anni, ha un ritmo di vita differente, un lavoro pomeridiano in un’assicurazione, un marito che spesso lavora fuori, un pilota di linea, su e giù non so da dove a dove, due figli che, per buona parte della giornata stanno a scuola e una discreta dose di leggerezza che, purtroppo ho perso, non ho mai avuto, diciamo, manco quando di anni ne avevo pure io dieci fa e le cose erano pure peggio.  Quindi i rapporti con la mia conoscente erano cortesi, non formali, ci siamo raccontate delle cose private, ma circoscritti.

Insomma a settembre questa mi chiedeva di essere cancellata dagli amici, sempre perché, pare, lei non ci riusciva, e soprattutto perché viveva con imbarazzo il fatto che non le mettessi mai un like ai suoi post su fb.

Le ho scritto che si sbagliava, che era un caso, che probabilmente mi sfuggivano, i suoi post; ho insistito, l’ho lusingata, le ho scritto che provavo affetto; è vero, i suoi commenti politici non li condividevo, ma per il resto, le fotografie erano belle.

Lei ha insistito, non apprezzavo neppure i suoi commenti ai miei post.

Mi stavo incartando col cervello, post suoi, post miei, mi piace, non mi piace, ma che è. Alla fine di una estenuante conversazione WhatsApp mentre mi vestivo e dovevo andare a lavorare e alle otto e mezza di mattina faceva già – ancora, visto che era settembre – un caldo assassino, le sparo che Fb per me è un passatempo mentre cuoce la pasta.

Si era placata. Il tempo è passato.

Stamattina, così, folgorata, ho notato che non vedo più i suoi post, le sue foto. Un algoritmo di FB? Sono andata a cercare, manco io so come si fa, a cercare, a cancellare, a taggare, poi, men che meno. Della conoscente manco l’ombra.

Sono stata cancellata, bloccata, bannata, una dichiarazione del tipo, per me sei morta. Il modo l’ha trovato.

La dovevo cancellare io, lo sapevo come si fa, invece di lisciarla, e dai e smetti e su. Lo dovevo fare. Lo posso dire qua?

Ti cancello io, perché questi tizi nuovi che ricopiano i vecchi mai morti, vanno cancellati, io non mi ci mischio, gli aderenti locali interessati alle strade pulite pulite, lavate col detersivo da schiuma dell’oceano, che se cado un giorno e mi rompo il collo, poi si ride.

La dovevo cancellare quando tuonava contro la birra bevuta all’aperto, di sera, nelle piazze: e che sei, mia nonna, che peraltro era più moderna di te, e non diceva che chi beve birra di sera, in pubblico, o, peggio, mangia, alimentando con le briciole i ratti cittadini, è un bandito. Ho bevuto birra all’aperto – Campo dei Fiori, Trinità dei Monti, ti ricordi, Maria Pia, e poi Montmartre, l’ho comprata da un cingalese che trasportava le lattine in una borsa termica, quelle del mare, degli anni settanta, di certo è un reato – e la bevo ancora. Pensa te, mangio anche il gelato.

La dovevo cancellare io. Che con certa gente non mi ci devo mischiare.

Mi dispiace solo che questa conoscente è delle mie parti e proprio non lo digerisco, che i pugliesi si dimenticano chi sono.

nebbialuna (1)

            Se stasera avessi un blog

racconterei un fatto che mi è successo ieri mattina in autobus.

Particolare, la vita di autobus. Sono passata dal pendolarismo lungo – ottocento chilometri, poi cento, poi quarantaquattro – a uno a filiera cortissima, tre chilometri. Eppure esco sempre allo stesso orario, o meglio, a quello dei quarantaquattro chilometri. Allora, in auto; oggi, prendo un pullman di città.

In gennaio c’è buio. Così stamattina sono uscita, ma avevo fatto tardi, e quindi non era proprio tanto buio, ma il cielo era diviso esattamente a metà. Da una parte, la luna piena rotonda nel limpido. Luna di mattina invernale. Di là, il fiume ficcato in fondo a un banco di nebbia molliccio umido. Se ne perdevano i confini come la curva delle luci ancora accese sul contorno del lungarno che a un tratto scompariva.

Sono passata in mezzo a due mondi.

Mentre ero seduta, con la colazione che mi ballava nello stomaco – degli autisti di autobus delle sette e zeronove del mattino, e anche degli altri, autisti impietosi, gaglioffi, menefreghisti, spudorati, parlerò in un’altra sessione, che è necessario, per loro, un unico, terribile post –, tra buche e strambate che manco Mascalzone Latino, le solite facce assonnate, i mezzi sorrisi, i cenni di buongiorno, alla fermata di via Mazzini è salita lei. Non è un luogo usuale, per lei, non l’avevo mai vista in centro, ma sempre dalle mie parti. Proprio nel vicolo dietro casa, riparato dal vento d’inverno e pieno d’ombra in estate. Ha fatto un cenno, l’autobus si è fermato e Belfagor è salita. Ne parlo al femminile, ma è tutto da dimostrare.

Una volta ci ho parlato, e mi sembrava che fosse una donna, Belfagor, alta e secca, il viso cotto, le rughe precise, disegnate a mazzi, la voce da vecchia pazza metallica e poco usata, che deve scaldarsi per prendere profondità, forse perché parla poco, anche se, per la verità, quando passa per la via sotto la mia camera da letto, urla da sola, altro che parlare, a un cellulare immaginario tenuto sotto un cappuccio che è una tenda, o un sacco di iuta. Percorre la strada, poi torna indietro, si porta appresso una busta, altre tre o quattro le ha lasciate nel vialetto, parla al telefono immaginario, beve fondi di caffè che recupera, l’ho vista, sul tavolino esterno del bar, i bicchieri usati li lasciano i clienti, lei versa gli avanzi di caffè in uno solo e ci mette sopra anche il coperchio, come nei film americani.

Belfagor, col mantellocappuccio, racconta di essere stata defraudata di un’eredità. Che era una signora e io le credo. Parla con un vocabolario preciso, ricco, anche se senza senso, in maniera concatenata, a scrosci, senza dighe. E quando esco dal cancello, spesso spio che non ci sia, che non la reggo, in certi momenti.

Una volta però il cappuccio, che Belfagor tiene sulla testa anche se è agosto e si squaglia pure il cemento armato, il cappuccio è scivolato via. Belfagor ha i capelli fini e bianchissimi legati in una crocchia non proprio pulita. Gli occhi azzurri, di un celeste acqua grigio. E poi il viso con quelle rughe a mazzi.

A guardarla da vicino non mi sembrò tanto vecchia quanto credevo e le rughe era come fossero finte, un trucco da palcoscenico, un invecchiamento teatrale. Un viso così esagerato e deformato che, pensai, è posticcio, è un makeup, un effetto speciale, lo penso spesso, di alcune persone che fanno apposta a sembrare finte e lo sono, si sono comprate un kit e per ragioni loro si camuffano, si dipingono, insomma, la storia antica della maschera.

Ma ho pensato, vedendo Belfagor, quel giorno al di là del cancello, che era truccata e che Belfagor non era affatto Belfagor.

Ma quel giorno faceva caldo, e anche il parrucchiere del quartiere parlava di lei con naturalità, Belfagor continua a girovagare e dormire qui dietro, col freddo e col caldo, sopra coperte messe insieme a materasso, e se qualche amico viene a trovarci, lei lo ferma e racconta che era un’ereditiera e qualcuno le ha rubato tutto, e gira coi bicchierini di fondi di caffè, una volta le ho comprato dei succhi di frutta e un pacco di Buondì, ma lei ha rifiutato, mi ha detto che lo Stato ci deve pensare, a quelli come lei, troppo facile signora, pensare che i cittadini risolvano tutto, e io ci sono rimasta male, insomma ho pensato che una matta così, che vive per strada, perché mai si doveva truccare.

Stamattina è salita in via Mazzini. Forse ha cambiato zona. Io sono scesa in Piazza Vittorio e lei era ancora nell’autobus, quindi non so dove fin dove abbia proseguito, se alla stazione o più in là. Magari andava verso l’ospedale. Ho sbirciato sotto il cappuccio ancora più lurido, perché quella cosa che lei era truccata e le rughe e le increspature delle guance non erano vere ce l’ho sempre in mente, ma non ci sono riuscita, a vedere per bene. Era buio, nell’autobus, io dovevo scendere e alla fine sono scesa, insieme a me gli alunni delle scuole, mi sono calata il cappello in testa, quell’umido di nebbia non si era diradato.

Da giù mi sono voltata, e lei non aveva scostato il cappuccio, e continuavo a non vederle il viso, ma so che mi ha guardato, una lama attraverso le porte che si chiudevano. Sono certa che ha guardato me, solo me,volontariamente me, e non perché mi abbia riconosciuto come la vicina del succo di frutta. Era un frammento metallico, ti sto guardando, la sai, vero, la ragione?

Questa non è una recensione

Se stasera avessi un blog

scriverei che qualche sera fa, l’aria di vacanza che già si spegneva, una vigilia di Befana freddissima, ho visto il Grande Carro in un cielo tanto limpido quanto gelido, proprio all’incrocio della via, che, mi dicono, porta su al monte. Io, questa zona, la conosco poco, da ospite, molto amata, ma sempre ospite, me la faccio raccontare, non fa parte del mio passato, e il presente è recente, pure se di quasi trent’anni: mi mancano le strade precise, gli itinerari, la geografia.

E stasera sono venuta proprio per farmi raccontare tutto questo.

In un magazzino di paese con l’odore di legno e, forte, di mandarini e foglie, in una quasi notte fredda fredda, ma pulita, con tanti volti che non conosco. C’è buio, in fondo, e foto bianconero e un paio a colori che scorrono, e musica tra una lettura e l’altra.

Perché è una serata di lettura: il libro, Molina di Quosa, Una guida romantica. Non è una presentazione, nessun sermone, è una lettura.

Pensavo facesse freddo, qui dentro. Invece hanno chiuso le porte, la gente si scalda, il silenzio tiene quell’odore di mandarini che arriva fino a qua.

La lettura comincia con la storia di un autobus e di una piazza e poi di due alberi, il principio e la fine di ogni fatto e di tutte le trame di vita di questo posto. Che è un paese a due passi da Pisa, un paese nel paese, per dirla con esattezza.

Dunque un autobus che arriva (e pare non parta mai), una piazza e due alberi, tutto comincia qui e qui tutto ritorna. Accanto, un girotondo di volti, su panchine, campi da calcio, dancing, botteghe, alla fiera, un girotondo di vie e contesse e becchini, e davanti alla televisione per l’allunaggio.

E poi un girotondo di volti intorno e dentro il bar. Volti che si incontrano, si lasciano, si rivedono, si costruiscono, si legano.

Allora ho pensato, nella musica, nell’inflessione che ho imparato a amare, nell’ironia estranea che mi ha insegnato, negli anni, a lasciar andare il fardello cupo della magnagrecia, grata per la sera freddacalda, di musica e panchine, che quel libro che si stava leggendo, e la gente che non conoscevo, erano un poco pure miei. E che la panchina, il percorso del marciapiede – accompagno te, poi mi riaccompagni e poi di nuovo, per finire quello che dobbiamo dirci per intero –, un nonno, un barbiere, una via di chiesa, ce li avevo anch’io, che il paese, quello, è universale, anche io ce l’avevo quell’infanzia, nascosta dalle vie di città, pure io ritrovavo l’origine e il passato e la comunità e l’insieme.

Mi tornavano ricordi che manco sapevo di tenere, e emozioni, e voglia di rimanere ancora un poco in quello che Gabriele raccontava. Ricordi, memoria e sogni.

Che, forse, per chi scrive, niente altro può desiderarsi: risvegliare ricordi, rammentare la memoria, distribuire sogni. Anche con una mappa vera, disegnata da un architetto, per potersi ritrovare.

E allora, grazie.

Gabriele Santoni, Molina di Quosa, Una guida romantica, Edizioni ETS, Pisa, 2018