Tutto è relativo

Se stasera avessi un blog,

visto che ho giusto il tempo di respirare, stasera, e però questo diario non può essere sospeso per molto, se stasera avessi un blog, riproporrei con alcune modifiche  una cosa scritta e pubblicata tempo fa. È ancora valida per intero pure se non è estate.

E poi c’è un’amica a cui voglio fare compagnia, in questi giorni.

Questi, a Taranto, sono giorni che, come sempre, hanno a che fare con l’acciaieria, le ore prima di qualcosa che riguarda quelli sull’Appia.

Non posso fare a meno di cercarne il segno nella gente, nelle parole scambiate in fila al bancone della macelleria. A me sembra se ne parli poco. Qualche accenno, nessuna ubriacatura, nessun commento fuori posto, nessun fulmine di anatema. Ne sono quasi delusa. Pare siamo disposti a subire il futuro, qualsiasi sia.

Il cielo è velato, uno strato di nuvole di afa. Penso che rispecchi la cronaca, ma è solo caldo remoto e compatto. La città è in bianco e nero.

La sera, scegliamo un bar nuovo in periferia. Tutto bianco, le poltroncine sotto i gazebo a pagoda, i tavoli, le sedie, le candele quadrate, l’insegna che non si distingue, seppellita nel bianco del muro. Il posto si illude di contrastare il grigio opaco del cielo, dei mulinelli di polvere e carte che lo scirocco crea a cinque centimetri da terra.

Ci sediamo fuori. Chiedo un bicchiere di vino bianco, vorrei sapere che etichette avete, o almeno quale vino.

Si infastidiscono, gli altri, quando lo faccio. Dicono che dovrei prendere un vino bianco qualunque, senza tante storie. Ma per me il vino bianco di sera è un’emozione profonda, nel suo gusto rintraccio l’alchimia di ricordi e progetti, anniento l’eccessivo coinvolgimento con le cose, dimentico il caldo, se è caldo, la pioggia, se piove. In un solo bicchiere, magari in due.

Non mi piace tutto il vino bianco, non amo la mineralità corposa dei siciliani, il fruttato deciso dei campani, la tranquillità senza sorprese dei pugliesi. Voglio i vini del nord, maggiore è la lontananza, meglio sto. Altre lingue e luoghi credo mi siano appartenuti, in un’altra vita, il lontano sapore di mele, la clandestinità di rocce e boschi.

Per questo voglio scegliere il vino.

Chiedo, che vini avete?

Il ragazzo mi guarda smarrito, col notes in mano, non lo sa, va a chiedere.

Lo intravedo nel bar, parla con due giovani donne che preparano il buffet. Passano due o tre minuti, mi sento in colpa, gli altri hanno sete, il tramonto ha una supremazia cattiva sui nostri corpi, nessuno viene a prendere le ordinazioni.

Finalmente torna, dice, di scuro abbiamo un primitivo, di chiaro….

Già mi sento male. Menomale si blocca da solo, riflette, non ricorda. Si volta verso l’interno del bar a chiedere soccorso.

Dico, non importa, mi dia quello che ha.

E invece esce una delle ragazze, prego, fa, pure scocciata.

Vorrei un vino bianco del nord, dico.

Ci sono solo vino del Salento. Del nord abbiamo una Falanghina.

La guardo, valuto l’informazione. Non resisto, la Falanghina è di Benevento.

E Benevento è a nord, dice, composta, e del tutto sconcertata.

Giusto.

Mi faccio portare un prosecco.

Somma e totale

Come mai le settimane volano e i mesi sembrano invece anni?

Non è una mia riflessione. Condividevamo una scrivania con cento carte confuse, lui le sistemava, io non so, ma questa cosa che è oggi martedì e la settimana ormai è andata, domani pomeriggio non ci sono, giovedì tu, poi arriva il tecnico della caldaia alle due, gli apri, poi arrivo io, venerdì è l’unico pomeriggio libero, possiamo infilarci tre cose, se le incastriamo bene, e vedere Luciana, che è da prima di Natale che rimandiamo, e menomale che abitiamo a due strade, dal medico per le ricette ci vado in autobus, a fare la spesa sabato mattina, intanto domani finisco alle otto prendo due pizze al ritorno, sì, ma io non ci sarò prima delle nove.

Vedi che in quattro righe è già domenica.

E invece gennaio è stato lunghissimo e pesante con quattro settimane bruciate in un lampo e febbraio non finisce più, anche se oggi è martedì e domani è già sabato.

Come funziona allora la questione? Dove si inceppa il meccanismo veloce/lento/off/on, chiudi gli occhi e passano sette giorni, li riapri e sei ripartito dal primo del mese, in un giorno della marmotta infinito.

Erano le cinque di un pomeriggio di sole, mentre pensavo a questo. L’autobus prendeva tutte le buche, senza evitarne manco una, l’Arno aveva la luce della primavera impaziente.

Come può essere? È la somma che fa il totale, mi viene, cioè metti tanti segmenti leggeri e la retta si fa pesante, alla lunga. Pesante e sconfinata.

Metti 12 gradini X 2 + 6 gradini da salire ogni giorno per almeno 6/7 volte al giorno, metti singoli sacchetti della spesa e hai portato a casa, su quei gradini, mezzo supermercato, che, alla fine, risulta ingombrante. Non so, mi chiedo.

O non è il numero dei gradini e dei sacchetti, ma proprio il gradino, e tutta quella spesa, che non sai se poi ti serve, le verdure fanno bene, la pillola della pressione è finita, la spazzatura da differenziare, passaggi veloci in camere da degenza, le telefonate che non arrivano e neanche il sonno, e quelli che se ne sono andati, e quelli che non si fanno sentire, il cane che abbaia in loop, la tosse, due chili, i moduli, la collezione di candele che se si accendono da sole viene un falò della casa in cima ai 12 gradini X 2 + 6 gradini, e quelli che si fanno sentire ma stanno zitti.

L’autobus svolta sul Ponte di Mezzo. Stasera faccio tardi.

Una ragazza riccia risponde al telefono. Ha i capelli inanellati, sembra mia sorella di anni fa.

Bene, dice, con un sorriso largo bello che adesso le scopre un incisivo appena accavallato all’altro.

Sì, trenta. E chiude.

Non racconta com’è andata, le domande, quanto è durato, se è stata dura, se lo ritiene un risultato giusto.

Solo trenta. Sorride da sola. Controlla dei messaggi e continua a sorridere, a sé, quasi ride, leggera.

Io andavo sui gradini di San Nicola, dopo un esame, quando ancora non si poteva, che il quartiere non era il salotto di adesso, compravo un giornale di moda e un paio di gettoni per dire a mio padre, trenta. E Bari era bellissima, un mare aperto di speranze. Avevo comprato la focaccia da Magda e avevo sempre qualcuno da aspettare, seduta sui gradini, che erano bianchi, bassi, il pomeriggio diventava una sera tiepida, e non c’era nessun posto al mondo migliore per guardare una piazza e la fetta di sole.

Se invece dovevo ripartire, compravo un panino con l’insalata di pollo alla stazione, un lusso, e in treno avrei cominciato a leggere il nuovo libro che mi ero fotocopiata per l’esame successivo, e avevo questo sorriso qua. E non sentivo né caldo né freddo, nessuna fatica delle settimane passate e i mesi volavano, tanto quanto i giorni e le settimane, né più né meno, leggeri, volavano, altro che somme e totali.

E questa ragazza riccia con gli occhi lago che sembra mia sorella sta sorridendo dalla basilica di San Nicola, sono scesa e lei ha proseguito e di certo alla stazione comprerà un panino con l’insalata di pollo, e farà progetti per l’immediato futuro e per quello lontano. Che può succedere, del resto, se non che tutto si avveri, e che tutto prosegua così, trenta, trenta, con le persone immobili dove si immagina che siano e sempre saranno, in un pomeriggio di sole, a febbraio.

Allora non è che per noi l’ingranaggio si inceppa adesso, volta per volta, nel passaggio settimane/mese. Neppure la questione, scontata, che la somma diventi a un tratto più grave dei singoli addendi: il meccanismo si è inceppato tempo fa, una volta per tutte e non l’abbiamo più riparato. Men che meno cambiato, ci vuole tempo, preventivi e coraggio, per cambiare una cosa che tutto sommato va ancora.

Così lo abbiamo oliato, e quello di olio si è impregnato, e intanto si appesantiva, e la stoppa, e un ricambio riciclato, che l’originale costava troppo, invece meglio un ferro da centro demolizioni fetido nella periferia, ma pesa di più, e qualche bullone per tenere insieme lo slegato, e forse dentro c’è acqua da qualche parte, e la ruggine pesa?, e l’aria insufflata perché giri, giri, giri, che a volte proprio non vuole muoversi. Pesa più il meccanismo così assemblato o soffiarci dentro l’aria?

Quindi, come mai le settimane volano e i mesi sembrano invece anni? Metti tanti segmenti leggeri e la retta si fa pesante? Metti tanti gradini e il meccanismo diventa legnoso?

Sai, tesoro mio, non lo so. Però, adesso, con il trenta leggero che esce dal sorriso della ragazza riccia, penso che non sia una questione di numero di gradini, ma di tipo di gradini, della loro direzione. Credo che l’arcano sia da trovare nello sguardo dei gradini: che cosa vedono, dove si affacciano, dove guardi tu, mentre le settimane si fanno mesi.

Per ora solo questo, una faccenda intricata, e amara, che riguarda i gradini di basiliche e case.

Sono stata cancellata

Se stasera avessi un blog,

oserei, senza mezze parole, raccontare questo fatto che mi è capitato.

Stamattina mi sono accorta che una mi ha cancellato dai suoi amici Fb. Una tizia,  una conoscente.

La storia è cominciata qualche mese fa, a settembre, per la precisione. Con un messaggio mi chiedeva di cancellarla dai contatti, perché lei non ci riusciva. Firmava la richiesta, nome e cognome.

Non era, non è, una mia amica. Una persona che incontri nel percorso, ci parli, tutto sommato con piacere, una certa sensibilità, anche una buona cultura. Una donna pratica, non mi dispiaceva. Spesso mi aveva chiesto di uscire, per il pranzo, in particolare. Ma lei è un bel po’ più giovane di me, almeno dieci anni, ha un ritmo di vita differente, un lavoro pomeridiano in un’assicurazione, un marito che spesso lavora fuori, un pilota di linea, su e giù non so da dove a dove, due figli che, per buona parte della giornata stanno a scuola e una discreta dose di leggerezza che, purtroppo ho perso, non ho mai avuto, diciamo, manco quando di anni ne avevo pure io dieci fa e le cose erano pure peggio.  Quindi i rapporti con la mia conoscente erano cortesi, non formali, ci siamo raccontate delle cose private, ma circoscritti.

Insomma a settembre questa mi chiedeva di essere cancellata dagli amici, sempre perché, pare, lei non ci riusciva, e soprattutto perché viveva con imbarazzo il fatto che non le mettessi mai un like ai suoi post su fb.

Le ho scritto che si sbagliava, che era un caso, che probabilmente mi sfuggivano, i suoi post; ho insistito, l’ho lusingata, le ho scritto che provavo affetto; è vero, i suoi commenti politici non li condividevo, ma per il resto, le fotografie erano belle.

Lei ha insistito, non apprezzavo neppure i suoi commenti ai miei post.

Mi stavo incartando col cervello, post suoi, post miei, mi piace, non mi piace, ma che è. Alla fine di una estenuante conversazione WhatsApp mentre mi vestivo e dovevo andare a lavorare e alle otto e mezza di mattina faceva già – ancora, visto che era settembre – un caldo assassino, le sparo che Fb per me è un passatempo mentre cuoce la pasta.

Si era placata. Il tempo è passato.

Stamattina, così, folgorata, ho notato che non vedo più i suoi post, le sue foto. Un algoritmo di FB? Sono andata a cercare, manco io so come si fa, a cercare, a cancellare, a taggare, poi, men che meno. Della conoscente manco l’ombra.

Sono stata cancellata, bloccata, bannata, una dichiarazione del tipo, per me sei morta. Il modo l’ha trovato.

La dovevo cancellare io, lo sapevo come si fa, invece di lisciarla, e dai e smetti e su. Lo dovevo fare. Lo posso dire qua?

Ti cancello io, perché questi tizi nuovi che ricopiano i vecchi mai morti, vanno cancellati, io non mi ci mischio, gli aderenti locali interessati alle strade pulite pulite, lavate col detersivo da schiuma dell’oceano, che se cado un giorno e mi rompo il collo, poi si ride.

La dovevo cancellare quando tuonava contro la birra bevuta all’aperto, di sera, nelle piazze: e che sei, mia nonna, che peraltro era più moderna di te, e non diceva che chi beve birra di sera, in pubblico, o, peggio, mangia, alimentando con le briciole i ratti cittadini, è un bandito. Ho bevuto birra all’aperto – Campo dei Fiori, Trinità dei Monti, ti ricordi, Maria Pia, e poi Montmartre, l’ho comprata da un cingalese che trasportava le lattine in una borsa termica, quelle del mare, degli anni settanta, di certo è un reato – e la bevo ancora. Pensa te, mangio anche il gelato.

La dovevo cancellare io. Che con certa gente non mi ci devo mischiare.

Mi dispiace solo che questa conoscente è delle mie parti e proprio non lo digerisco, che i pugliesi si dimenticano chi sono.

nebbialuna (1)

            Se stasera avessi un blog

racconterei un fatto che mi è successo ieri mattina in autobus.

Particolare, la vita di autobus. Sono passata dal pendolarismo lungo – ottocento chilometri, poi cento, poi quarantaquattro – a uno a filiera cortissima, tre chilometri. Eppure esco sempre allo stesso orario, o meglio, a quello dei quarantaquattro chilometri. Allora, in auto; oggi, prendo un pullman di città.

In gennaio c’è buio. Così stamattina sono uscita, ma avevo fatto tardi, e quindi non era proprio tanto buio, ma il cielo era diviso esattamente a metà. Da una parte, la luna piena rotonda nel limpido. Luna di mattina invernale. Di là, il fiume ficcato in fondo a un banco di nebbia molliccio umido. Se ne perdevano i confini come la curva delle luci ancora accese sul contorno del lungarno che a un tratto scompariva.

Sono passata in mezzo a due mondi.

Mentre ero seduta, con la colazione che mi ballava nello stomaco – degli autisti di autobus delle sette e zeronove del mattino, e anche degli altri, autisti impietosi, gaglioffi, menefreghisti, spudorati, parlerò in un’altra sessione, che è necessario, per loro, un unico, terribile post –, tra buche e strambate che manco Mascalzone Latino, le solite facce assonnate, i mezzi sorrisi, i cenni di buongiorno, alla fermata di via Mazzini è salita lei. Non è un luogo usuale, per lei, non l’avevo mai vista in centro, ma sempre dalle mie parti. Proprio nel vicolo dietro casa, riparato dal vento d’inverno e pieno d’ombra in estate. Ha fatto un cenno, l’autobus si è fermato e Belfagor è salita. Ne parlo al femminile, ma è tutto da dimostrare.

Una volta ci ho parlato, e mi sembrava che fosse una donna, Belfagor, alta e secca, il viso cotto, le rughe precise, disegnate a mazzi, la voce da vecchia pazza metallica e poco usata, che deve scaldarsi per prendere profondità, forse perché parla poco, anche se, per la verità, quando passa per la via sotto la mia camera da letto, urla da sola, altro che parlare, a un cellulare immaginario tenuto sotto un cappuccio che è una tenda, o un sacco di iuta. Percorre la strada, poi torna indietro, si porta appresso una busta, altre tre o quattro le ha lasciate nel vialetto, parla al telefono immaginario, beve fondi di caffè che recupera, l’ho vista, sul tavolino esterno del bar, i bicchieri usati li lasciano i clienti, lei versa gli avanzi di caffè in uno solo e ci mette sopra anche il coperchio, come nei film americani.

Belfagor, col mantellocappuccio, racconta di essere stata defraudata di un’eredità. Che era una signora e io le credo. Parla con un vocabolario preciso, ricco, anche se senza senso, in maniera concatenata, a scrosci, senza dighe. E quando esco dal cancello, spesso spio che non ci sia, che non la reggo, in certi momenti.

Una volta però il cappuccio, che Belfagor tiene sulla testa anche se è agosto e si squaglia pure il cemento armato, il cappuccio è scivolato via. Belfagor ha i capelli fini e bianchissimi legati in una crocchia non proprio pulita. Gli occhi azzurri, di un celeste acqua grigio. E poi il viso con quelle rughe a mazzi.

A guardarla da vicino non mi sembrò tanto vecchia quanto credevo e le rughe era come fossero finte, un trucco da palcoscenico, un invecchiamento teatrale. Un viso così esagerato e deformato che, pensai, è posticcio, è un makeup, un effetto speciale, lo penso spesso, di alcune persone che fanno apposta a sembrare finte e lo sono, si sono comprate un kit e per ragioni loro si camuffano, si dipingono, insomma, la storia antica della maschera.

Ma ho pensato, vedendo Belfagor, quel giorno al di là del cancello, che era truccata e che Belfagor non era affatto Belfagor.

Ma quel giorno faceva caldo, e anche il parrucchiere del quartiere parlava di lei con naturalità, Belfagor continua a girovagare e dormire qui dietro, col freddo e col caldo, sopra coperte messe insieme a materasso, e se qualche amico viene a trovarci, lei lo ferma e racconta che era un’ereditiera e qualcuno le ha rubato tutto, e gira coi bicchierini di fondi di caffè, una volta le ho comprato dei succhi di frutta e un pacco di Buondì, ma lei ha rifiutato, mi ha detto che lo Stato ci deve pensare, a quelli come lei, troppo facile signora, pensare che i cittadini risolvano tutto, e io ci sono rimasta male, insomma ho pensato che una matta così, che vive per strada, perché mai si doveva truccare.

Stamattina è salita in via Mazzini. Forse ha cambiato zona. Io sono scesa in Piazza Vittorio e lei era ancora nell’autobus, quindi non so dove fin dove abbia proseguito, se alla stazione o più in là. Magari andava verso l’ospedale. Ho sbirciato sotto il cappuccio ancora più lurido, perché quella cosa che lei era truccata e le rughe e le increspature delle guance non erano vere ce l’ho sempre in mente, ma non ci sono riuscita, a vedere per bene. Era buio, nell’autobus, io dovevo scendere e alla fine sono scesa, insieme a me gli alunni delle scuole, mi sono calata il cappello in testa, quell’umido di nebbia non si era diradato.

Da giù mi sono voltata, e lei non aveva scostato il cappuccio, e continuavo a non vederle il viso, ma so che mi ha guardato, una lama attraverso le porte che si chiudevano. Sono certa che ha guardato me, solo me,volontariamente me, e non perché mi abbia riconosciuto come la vicina del succo di frutta. Era un frammento metallico, ti sto guardando, la sai, vero, la ragione?

Questa non è una recensione

Se stasera avessi un blog

scriverei che qualche sera fa, l’aria di vacanza che già si spegneva, una vigilia di Befana freddissima, ho visto il Grande Carro in un cielo tanto limpido quanto gelido, proprio all’incrocio della via, che, mi dicono, porta su al monte. Io, questa zona, la conosco poco, da ospite, molto amata, ma sempre ospite, me la faccio raccontare, non fa parte del mio passato, e il presente è recente, pure se di quasi trent’anni: mi mancano le strade precise, gli itinerari, la geografia.

E stasera sono venuta proprio per farmi raccontare tutto questo.

In un magazzino di paese con l’odore di legno e, forte, di mandarini e foglie, in una quasi notte fredda fredda, ma pulita, con tanti volti che non conosco. C’è buio, in fondo, e foto bianconero e un paio a colori che scorrono, e musica tra una lettura e l’altra.

Perché è una serata di lettura: il libro, Molina di Quosa, Una guida romantica. Non è una presentazione, nessun sermone, è una lettura.

Pensavo facesse freddo, qui dentro. Invece hanno chiuso le porte, la gente si scalda, il silenzio tiene quell’odore di mandarini che arriva fino a qua.

La lettura comincia con la storia di un autobus e di una piazza e poi di due alberi, il principio e la fine di ogni fatto e di tutte le trame di vita di questo posto. Che è un paese a due passi da Pisa, un paese nel paese, per dirla con esattezza.

Dunque un autobus che arriva (e pare non parta mai), una piazza e due alberi, tutto comincia qui e qui tutto ritorna. Accanto, un girotondo di volti, su panchine, campi da calcio, dancing, botteghe, alla fiera, un girotondo di vie e contesse e becchini, e davanti alla televisione per l’allunaggio.

E poi un girotondo di volti intorno e dentro il bar. Volti che si incontrano, si lasciano, si rivedono, si costruiscono, si legano.

Allora ho pensato, nella musica, nell’inflessione che ho imparato a amare, nell’ironia estranea che mi ha insegnato, negli anni, a lasciar andare il fardello cupo della magnagrecia, grata per la sera freddacalda, di musica e panchine, che quel libro che si stava leggendo, e la gente che non conoscevo, erano un poco pure miei. E che la panchina, il percorso del marciapiede – accompagno te, poi mi riaccompagni e poi di nuovo, per finire quello che dobbiamo dirci per intero –, un nonno, un barbiere, una via di chiesa, ce li avevo anch’io, che il paese, quello, è universale, anche io ce l’avevo quell’infanzia, nascosta dalle vie di città, pure io ritrovavo l’origine e il passato e la comunità e l’insieme.

Mi tornavano ricordi che manco sapevo di tenere, e emozioni, e voglia di rimanere ancora un poco in quello che Gabriele raccontava. Ricordi, memoria e sogni.

Che, forse, per chi scrive, niente altro può desiderarsi: risvegliare ricordi, rammentare la memoria, distribuire sogni. Anche con una mappa vera, disegnata da un architetto, per potersi ritrovare.

E allora, grazie.

Gabriele Santoni, Molina di Quosa, Una guida romantica, Edizioni ETS, Pisa, 2018

Pensiero irrisolto da treno

Se stasera avessi un blog

farei una riflessione. In effetti la sto già facendo, mentre c’è la brinata polverosa lungo i binari sotto i tralicci tra le canne nelle curve tra i due cipressi, sul pelo di un corso d’acqua, polverosa, zuccherosa, lacca. Un mondo laccato.

La riflessione è piuttosto nebulosa, non è detto che troverà chiarimento a breve.

La riflessione è questa: quando finisce?

Stamattina ho preso un treno che era ancora buio e poi sopra il monte è cresciuta un’alba rossa a sfilacci. Dentro un campanile forato e tra i tetti.

È ovvio che il buio finisce quando c’è la luce, e un anno finisce quando c’è il nuovo, al numero trentuno, e una strada a un incrocio e la minestra quando l’ho mangiata e questo viaggio alla stazione di arrivo.

Ma quando è la fine di cose non tangibili, non delimitabili, liquide?

A un balcone sono stese tute arancioni a bande grigie. Stese dritte per intero, la giacca a braccia aperte, i pantaloni allungati, spaventapasseri vuoti rigidi.

Vigneti stecchiti. Barili coperti bossi scolpiti da manodiforbice fuori dalle porte di rustici buttati nel nulla. Un aereo con una scia a cupola una nuvola a zigzag e la massicciata.

Il punto è non proprio capire quando finisce, ma riconoscere la fine e poi dichiararlo, dirselo senza veli, dirlo agli altri, e scriverlo sul diario. È finita.

No, non mi riferisco a una cosa in particolare, a un evento, una passione, un’entità specifica. Anche se in mente ce l’avrei un’idea precisa, anzi, ce l’ho proprio. Adesso, nel treno che rallenta in certe stazioni senza fermarsi.

E non so perché in questo treno surriscaldato mi viene un tale pensiero, ma i segnali di una possibile fine li sto avendo, proprio dentro il treno, che è già un altro e sto seduta qua a destra e invece prima ero sulla sinistra, e sfila un mare basso e cisposo, e nessuno, nessuno sulla spiaggia, anche se sono passate le undici, e la spiaggia arriva subito sulla strada, avessi il mare così in città, ci andrei ogni momento, invece manco una persona con un cane.

Quali sono i sintomi. Che di negativo, peraltro, hanno soltanto il fatto che li ho avvertiti all’improvviso, tipo un infarto. Lo spavento deriva dall’inatteso. Non me lo aspettavo, non lo credevo possibile.

Che non sono invece tanto male, a percepirli, anche se la parola sintomi richiama la malattia, ma questi sono tutt’altro che spiacevoli, un vago senso di libertà, una rilassatezza che non può essere tutta dovuta al riscaldamento infame del treno frecciabianca, un distacco armonioso, se addirittura mangio il panino e non mi interessa che cadano le briciole sulla sciarpa, e non metto il rossetto, e non spio il rudere della chiesa.

È dunque finita quando non cerchi i fantasmi, l’idioma che cambia, quando si è più stanchi dell’idea della ricerca che della stessa rincorsa.

Mi sono addormentata. Filari di ulivi pozzi pale eoliche. Ho un certo fastidio. Certo è fame, ma di più il disagio del nondolore. Assicuro che mi addolora il fatto di non provare dolore, forse a un certo punto, sul disco, non c’è spazio per certe sofferenze e quello restante va riservato. Però mi dispiace, il non dolore. Certo, troppi mari, in mezzo, malintesi, tempo e nessun litigio.

Peccato che sia finita. Perché è proprio finita. Lo so. E non so che fine fanno tutte le cose della cosa vecchia, dove restano, se restano, una cosa che è durata cinquant’anni è una cosa grossa, compreso l’esilio, compresa la rabbia, e tutti i posti e gli aneddoti e i fatti, dove si mettono.

C’è una riserva obbligatoria a cui attingere? E poi, soprattutto, una cosa grossa che è durata cinquant’anni e era sempre più grossa, e indispensabile e senza scampo e dolorosa, può essere sostituita da un’altra, così, senza pudore? Cioè una cosa finisce sempre perché ce n’è una nuova dietro l’angolo? Un inizio bello, appassionato, giovane – e mi dispiace davvero, ma per dirla tutta era già cominciata anni fa, lo devo confessare, nata e spenta subito, ma mi sentivo in colpa, tradire le cose grosse coi cugini, dannati, ricchi, coraggiosi, sfrontati, e, meno complicati, che puzzavano meno di morte.

La riflessione era nebulosa, ore fa, e tale è rimasta, e necessita di ulteriore approfondimento. Lo farò in seguito, a rate, scesa da questo treno, nel diario o durante le notti che verranno.

Intanto vado, che è sera, un principio di sera. Tutta una luce, una mitezza, un colore appagato dell’aria. La terrazza in cima ai binari. Un angolo giro.

Le lusinghe finte di un inizio, è chiaro, ma mi sa proprio che l’altra cosa è finita. Per ora.

Marcovaldo non abita a Pisa

Se stasera avessi un blog

forse prenderei posizione. Che questa era una delle intenzioni del giornalino in rete.

La prenderei su una questione tutta pisana, sorta sul riluttante tramonto dell’anno in corso, credo fosse autunno. Una questione su cui molti si sono espressi. Che a tratti mi ha provocato rabbia, il più delle volte mi ha fatto sorridere, manco so bene perché. Mi ha fatto sorridere questa cosa del pugno battuto sul tavolo, il velafacciovedereioatutti.

Ma sul finire dell’anno, con la questione ancora in bilico, regalo a qualcuno una chicca di letteratura. E chi non l’ha letta, da bambino, quella pagina di Calvino su una libera dormita, disturbata da idranti per aiuole, fidanzati in crisi e semafori, in una notte afosa, su una panchina. Con buona pace dell’agente Torquanici.

Perché la letteratura ci salverà.

Estate

La villeggiatura in panchina

Andando ogni mattino al suo lavoro, Marcovaldo passava sotto il verde d’una piazza alberata, un quadrato di giardino pubblico ritagliato in mezzo a quattro vie. Alzava l’occhio tra le fronde degli ippocastani, dov’erano più folte e solo lasciavano dardeggiare gialli raggi nell’ombra trasparente di linfa, ed ascoltava il chiasso dei passeri stonati ed invisibili sui rami. A lui parevano usignoli; e si diceva: «Oh, potessi destarmi una volta al cinguettare degli uccelli e non al suono della sveglia e allo strillo del neonato Paolino e all’inveire di mia moglie Domitilla!» oppure: «Oh, potessi dormire qui, solo in mezzo a questo fresco verde e non nella mia stanza bassa e calda; qui nel silenzio, non nel russare e parlare nel sonno di tutta la famiglia e correre di tram giù nella strada; qui nel buio naturale della notte, non in quello artificiale delle persiane chiuse, zebrato dal riverbero dei fanali; oh, potessi vedere foglie e cielo aprendo gli occhi!» Con questi pensieri tutti i giorni Marcovaldo incominciava le sue otto ore giornaliere – più gli straordinari – di manovale non qualificato.

C’era, in un angolo della piazza, sotto una cupola d’ippocastani, una panchina appartata e seminascosta. E Marcovaldo l’aveva prescelta come sua. In quelle notti d’estate, quando nella camera in cui dormivano in cinque non riusciva a prendere sonno, sognava la panchina come un senza tetto può sognare il letto d’una reggia. Una notte, zitto, mentre la moglie russava ed i bambini scalciavano nel sonno, si levò dal letto, si vestì, prese sottobraccio il suo guanciale, uscì e andò alla piazza. Là era il fresco e la pace. Già pregustava il contatto di quegli assi d’un legno – ne era certo – morbido e accogliente, in tutto preferibile al pesto materasso del suo letto; avrebbe guardato per un minuto le stelle e avrebbe chiuso gli occhi in un sonno riparatore d’ogni offesa della giornata.

Il fresco e la pace c’erano, ma non la panca libera. Vi sedevano due innamorati, guardandosi negli occhi. Marcovaldo, discreto, si ritrasse. «È tardi, –pensò, – non passeranno mica la notte all’aperto! La finiranno di tubare! »

Ma i due non tubavano mica: litigavano. E tra due innamorati un litigio non si può dire mai a che ora andrà a finire.

Lui diceva: – Ma tu non vuoi ammettere che dicendo quello che hai detto sapevi di farmi dispiacere anziché piacere come facevi finta di credere? Marcovaldo capì che sarebbe andata per le lunghe.

– No, non l’ammetto, – rispose lei, e Marcovaldo già se l’aspettava.

– Perché non l’ammetti?

– Non l’ammetterò mai.

«Ahi», pensò Marcovaldo. Col suo guanciale stretto sotto il braccio, andò a fare un giro. Andò a guardare la luna, che era piena, grande sugli alberi e i tetti. Tornò verso la panchina, girando un po’ al largo per lo scrupolo di disturbarli, ma in fondo sperando di dar loro un po’ di noia e persuaderli ad andarsene. Ma erano troppo infervorati nella discussione per accorgersi di lui.

– Allora ammetti?

– No, no, non lo ammetto affatto! Ma ammettendo che tu ammettessi?

– Ammettendo che ammettessi, non ammetterei quel che vuoi farmi ammettere tu! Marcovaldo tornò a guardare la luna, poi andò a guardare un semaforo che c’era un po’ più in là. Il semaforo segnava giallo, giallo, giallo, continuando ad accendersi e riaccendersi. Marcovaldo confrontò la luna e il semaforo. La luna col suo pallore misterioso, giallo anch’esso, ma in fondo verde e anche azzurro, e il semaforo con quel suo gialletto volgare. E la luna, tutta calma, irradiante la sua luce senza fretta, venata ogni tanto di sottili resti di nubi, che lei con maestà si lasciava cadere alle spalle; e il semaforo intanto sempre lì accendi e spegni, accendi e spegni, affannoso, falsamente vivace, stanco e schiavo.

Tornò a vedere se la ragazza aveva ammesso: macché, non ammetteva, anzi non era più lei a non ammettere, ma lui. La situazione era tutta cambiata, ed era lei che diceva a lui: – Allora, ammetti? – e lui a dire di no. Così passò mezz’ora. Alla fine lui ammise, o lei, insomma Marcovaldo li vide alzarsi e andarsene tenendosi per mano.

Corse alla panchina, si buttò giù, ma intanto, nell’attesa, un po’ della dolcezza che s’aspettava di trovarvi non era più nella disposizione di sentirla, e anche il letto di casa non lo ricordava più così duro. Ma queste erano sfumature, la sua intenzione di godersi la notte all’aperto era ben ferma: sprofondò il viso nel guanciale e si dispose al sonno, a un sonno come da tempo ne aveva smesso l’abitudine.

Ora aveva trovato la posizione più comoda. Non si sarebbe spostato d’un millimetro per nulla al mondo. Peccato soltanto che a stare così, il suo sguardo non cadesse su di una prospettiva d’alberi e ciclo soltanto, in modo che il sonno gli chiudesse gli occhi su una visione di assoluta serenità naturale, ma davanti a lui si succedessero, in scorcio, un albero, la spada d’un generale dall’alto del suo monumento, un altro albero, un tabellone delle affissioni pubbliche, un terzo albero, e poi, un po’ più lontano, quella falsa luna intermittente del semaforo che continuava a sgranare il suo giallo, giallo, giallo. Bisogna dire che in questi ultimi tempi Marcovaldo aveva un sistema nervoso in così cattivo stato che, nonostante fosse stanco morto, bastava una cosa da nulla, bastava si mettesse in testa che qualcosa gli dava fastidio, e lui non dormiva. E adesso gli dava fastidio quel semaforo che s’accendeva e si spegneva. Era laggiù, lontano, un occhio giallo che ammicca, solitario: non ci sarebbe stato da farci caso. Ma Marcovaldo doveva proprio essersi buscato un esaurimento: fissava quell’accendi e spegni e si ripeteva: «Come dormirei bene se non ci fosse quell’affare! Come dormirei bene! » Chiudeva gli occhi e gli pareva di sentire sotto le palpebre l’accendi e spegni di quello sciocco giallo; strizzava gli occhi e vedeva decine di semafori; li riapriva, era sempre daccapo.

S’alzò. Doveva mettere uno schermo tra sé e il semaforo. Andò fino al monumento del generale e guardò intorno. Ai piedi del monumento c’era una corona d’alloro, bella spessa, ma ormai secca e mezzo spampanata, montata su bacchette, con un gran nastro sbiadito: «I Lancieri del Quindicesimo nell’Anniversario della Gloria». Marcovaldo s’arrampicò sul piedestallo, issò la corona, la infilò alla sciabola del generale.

Il vigile notturno Tornaquinci in perlustrazione attraversava la piazza in bicicletta; Marcovaldo s’appostò dietro la statua. Tornaquinci aveva visto sul terreno l’ombra del monumento muoversi: si fermò pieno di sospetto. Scrutò quella corona sulla sciabola, capì che c’era qualcosa fuori posto, ma non sapeva bene che cosa. Puntò lassù la luce d’una lampadina a riflettore, lesse: «I Lancieri del Quindicesimo nell’Anniversario della Gloria», scosse il capo in segno d’approvazione e se ne andò.

Per lasciarlo allontanare, Marcovaldo rifece il giro della piazza. In una via vicina, una squadra d’operai stava aggiustando uno scambio alle rotaie del tram. Di notte, nelle vie deserte, quei gruppetti d’uomini accucciati al bagliore dei saldatori autogeni, e le voci che risuonano e poi subito si smorzano, hanno un’aria segreta come di gente che prepari cose che gli abitanti del giorno non dovranno mai sapere. Marcovaldo si avvicinò, stette a guardare la fiamma, i gesti degli operai, con un’attenzione un po’ impacciata e gli occhi che gli venivano sempre più piccoli dal sonno. Cercò una sigaretta in tasca, per tenersi sveglio, ma non aveva cerini. – Chi mi fa accendere? – chiese agli operai. – Con questo? –disse l’uomo della fiamma ossidrica, lanciando un volo di scintille.

Un altro operaio s’alzò, gli porse la sigaretta accesa. – Fa la notte anche lei?

– No, faccio il giorno, – disse Marcovaldo.

– E cosa fa in piedi a quest’ora? Noi tra poco si smonta.

Ritornò alla panchina. Si sdraiò. Ora il semaforo era nascosto alla sua vista; poteva addormentarsi, finalmente.

Non aveva badato al rumore, prima. Ora, quel ronzio, come un cupo soffio aspirante e insieme come un raschio interminabile e anche uno sfrigolio, continuava a occupargli gli orecchi. Non c’è suono più struggente di quello d’un saldatore, una specie d’urlo sottovoce. Marcovaldo, senza muoversi, rannicchiato com’era sulla panca, il viso contro il raggrinzito guanciale, non vi trovava scampo, e il rumore continuava a evocargli la scena illuminata dalla fiamma grigia che spruzzava scintille d’oro intorno, gli uomini accoccolati in terra col vetro affumicato davanti al viso, la pistola del saldatore nella mano mossa da un tremito veloce, l’alone d’ombra intorno al carrello degli attrezzi, all’alto castello di traliccio che arrivava fino ai fili. Aperse gli occhi, si rigirò sulla panca, guardò le stelle tra i rami. I passeri insensibili continuavano a dormire lassù in mezzo alle foglie. Addormentarsi come un uccello, avere un’ala da chinarci sotto il capo, un mondo di frasche sospese sopra il mondo terrestre, che appena s’indovina laggiù, attutito e remoto. Basta cominciare a non accettare il proprio stato presente e chissamai dove s’arriva: ora Marcovaldo per dormire aveva bisogno d’un qualcosa che non sapeva bene neanche lui, neppure un silenzio vero e proprio gli sarebbe bastato più, ma un fondo di rumore più morbido del silenzio, un lieve vento che passa nel folto d’un sottobosco, o un mormorio d’acqua che rampolla e si perde in un prato.

Aveva un’idea in testa e s’alzò. Non proprio un’idea, perché mezzo intontito dal sonno che aveva in pelle in pelle, non spiccicava bene alcun pensiero; ma come il ricordo che là intorno ci fosse qualche cosa connessa all’idea dell’acqua, al suo scorrere garrulo e sommesso.

Difatti c’era una fontana, lì vicino, illustre opera di scultura e d’idraulica, con ninfe, fauni, dèi fluviali, che intrecciavano zampilli, cascate e giochi d’acqua. Solo che era asciutta: alla notte, d’estate, data la minor disponibilità dell’acquedotto, la chiudevano. Marcovaldo girò lì intorno un po’ come un sonnambulo; più che per ragionamento per istinto sapeva che una vasca deve avere un rubinetto. Chi ha occhio, trova quel che cerca anche a occhi chiusi. Aperse il rubinetto: dalle conchiglie, dalle barbe, dalle froge dei cavalli si levarono alti getti, i finti anfratti si velarono di manti scintillanti, e tutta quest’acqua suonava come l’organo d’un coro nella grande piazza vuota, di tutti i fruscii e gli scrosci che può fare l’acqua messi insieme. Il vigile notturno Tornaquinci, che ripassava in bicicletta nero nero a mettere bigliettini sotto gli usci, al vedersi esplodere tutt’a un tratto davanti agli occhi la fontana come un liquido fuoco d’artificio, per poco non cascò di sella.

Marcovaldo, cercando d’aprir gli occhi meno che poteva per non lasciarsi sfuggire quel filo di sonno che gli pareva d’aver già acchiappato, corse a ributtarsi sulla panca. Ecco, adesso era come sul ciglio d’un torrente, col bosco sopra di lui, ecco, dormiva.

Sognò un pranzo, il piatto era coperto come per non far raffreddare la pasta. Lo scoperse e c’era un topo morto, che puzzava. Guardò nel piatto della moglie: un’altra carogna di topo. Davanti ai figli, altri topini, più piccoli ma anch’essi mezzo putrefatti. Scoperchiò la zuppiera e vide un gatto con la pancia all’aria, e il puzzo lo svegliò.

Poco distante c’era il camion della nettezza urbana che va la notte a vuotare i tombini dei rifiuti. Distingueva, nella mezzaluce dei fanali, la gru che gracchiava a scatti, le ombre degli uomini ritti in cima alla montagna di spazzatura, che guidavano per mano il recipiente appeso alla carrucola, lo rovesciavano nel camion, pestavano con colpi di pala, con voci cupe e rotte come gli strappi della gru: – Alza… Molla… Va’ in malora… – e certi cozzi metallici come opachi gong, e il riprendere del motore, lento, per poi fermarsi poco più in là e ricominciare la manovra.

Ma il sonno di Marcovaldo era ormai in una zona in cui i rumori non lo raggiungevano più, e quelli poi, pur così sgraziati e raschianti, venivano come fasciati da un alone soffice d’attutimento, forse per la consistenza stessa della spazzatura stipata nei furgoni: ma era il puzzo a tenerlo sveglio, il puzzo acuito da un’intollerabile idea di puzzo, per cui anche i rumori, quei rumori attutiti e remoti, e l’immagine in controluce dell’autocarro con la gru non giungevano alla mente come rumore e vista ma soltanto come puzzo. E Marcovaldo smaniava, inseguendo invano con la fantasia delle narici la fragranza d’un roseto.

Il vigile notturno Tornaquinci si sentì la fronte madida di sudore intravedendo un’ombra.

 umana correre carponi per un’aiola, strappare rabbiosamente dei ranuncoli e sparire. Ma pensò essersi trattato o d’un cane, di competenza degli accalappiacani, o d’un’allucinazione, di competenza del medico alienista, o d’un licantropo, di competenza non si sa bene di chi ma preferibilmente non sua, e scantonò.

Intanto, Marcovaldo, ritornato al suo giaciglio, si premeva contro il naso il convulso mazzo di ranuncoli, tentando di colmarsi l’olfatto del loro profumo: poco ne poteva però spremere da quei fiori quasi inodori; ma già la fragranza di rugiada, di terra e d’erba pesta era un gran balsamo. Cacciò l’ossessione dell’immondizia e dormì. Era l’alba.

Il risveglio fu un improvviso spalancarsi di ciclo pieno di sole sopra la sua testa, un sole che aveva come cancellato le foglie e le restituiva alla vista semicieca a poco a poco. Ma Marcovaldo non poteva indugiare perché un brivido l’aveva fatto saltar su: lo spruzzo d’un idrante, col quale i giardinieri del Comune innaffiano le aiole, gli faceva correre freddi rivoli giù per i vestiti. E intorno scalpitavano i tram, i camion dei mercati, i carretti a mano, i furgoncini, e gli operai sulle biciclette a motore correvano alle fabbriche e le saracinesche dei negozi precipitavano verso l’alto, e le finestre delle case arrotolavano le persiane, e i vetri sfavillavano. Con la bocca e gli occhi impastati, stranito, con la schiena dura e un fianco pesto, Marcovaldo correva al suo lavoro.

La scatola del Natale

Se stasera avessi un blog

Certo parlerei della scatola del Natale. Che non è sempre la stessa. Tra le tante da riciclare, quella che capita. E, in verità, neanche della scatola del Natale vorrei parlare, ma del messaggio dentro la scatola del Natale.

Di lugubre il gesto è lugubre, almeno nelle intenzioni di tredicenne leopardiana depressa. Le intenzioni tali e quali sono rimaste, negli anni, pure se ho sostituto un più equilibrato Neruda a un mesto Leopardi.

Insomma il rito del messaggio è rimasto. È un messaggio da post Natale, quando, dopo un bel po’ di convivenza, smonto l’albero, intorno ai primi di gennaio, che ormai non ne posso più pure del Natale, iniziato spesso con le castagne.

Quando tutti dicono tienilo fino alla Befana, così si fa, ma a me piace cominciare subito e finire quando decido che è finito.

Quando incarto le palline, i fiocchetti e pure le carte da regalo, i regali brutti e quelli così e così, l’anno prossimo risparmio, almeno coi conoscenti, le lanterne, le renne, i cuori, gli gnomi, le candele a tema, e penso, gennaio è iniziato ieri, un altro anno davanti, e infilo un messaggio per me tra dieci mesi. Un messaggio da Torquemada fatto in casa, su un foglio di quaderno, o uno scontrino, o il retro del volantino pubblicitario di pizza a domicilio.

Hai comprato la casa nuova? L’hai pubblicato il libro? Hai cambiato strada? Stai bene? E, soprattutto, sei ancora viva?

A novembre prossimo, la me di tra undici mesi leggerà il messaggio e risponderà.

Quest’anno ho risposto che sì, sono ancora viva. No, niente di nuovo. Anzi sì. Che stasera, di nuovo, ho questo diario, poco tematico, molto artigianale, senza meta, che vedremo se sopravvive alla scatola del Natale.