L’altra sera abbiamo festeggiato un compleanno. Non il mio, che con anticipo pare non porti bene.

La mia amica, qualche anno più giovane, ma sempre nel range di quelli che non abbiamo più tempo, con tutti i posti da vedere, e le cose da fare, all’inizio mi ha fatto sorridere, con l’ansia da età. In verità ho finto di sorridere e fare la speciale, sono superiore e che me ne frega del tempo che passa.

Invece la notte non ci ho dormito. Mercoledì notte, dopo neppure quarantotto ore arrivava oggi e toccava a me fare i conteggi.

Al termine della notte agitata, che ho pensato sarà l’acciuga del Cantabrico che insegue il coniglio in umido dalla lunga lingua alle cipolle, sarà il Franciacorta bevuto che stasera è festa e domani niente scuola, dopo una notte da mal di testa infinito, mi è toccato fare i conteggi da compleanno.

Che poi io adoro i compleanni, quelli degli altri, ma soprattutto i miei. Lo sento che è una giornata singolare, tipo il carnevale originario, tutto è permesso.

Sono permessi anche i bilanci. Metti inoltre la fine dell’estate, l’inzio della scuola, settembre, e allora ho proprio dovuto.

E dopo certe premesse sono arrivata a alcune conclusioni.

Premesse

La premessa prima è l’estate trascorsa. Un’estate diversa. Un’estate lunga passata a scansare il sole. Insopportabile, mi affaticava essere sempre all’erta, vigile, sempre alla luce. Un’estate in cui, nel tentativo di nascondermi, mi sono persa. Ho cercato volontariamente di perdermi.

Ho capito che cosa significhi, praticamente, perdersi. Lo leggi, e pure gli spot pubblicitari delle auto che schizzano acqua attraversando buche da Camel Trophy invitano a perdersi, e io mi chiedevo, ma che diavolo significa, e invece sono riuscita a perdermi.

Forse non in luglio, avevo cominciato prima, ti perdi e non lo sai fino a che non ti ritrovi.

Insomma è bellissimo.

I sintomi sono stati: disorientamento (dove sto? come ci sono arrivata? chi sono questi intorno? che ci faccio e, soprattutto, ci voglio ancora stare? si mangia bene, perlomeno?), apatia (non so la strada e non mi importa trovarla, cammino un po’ allo sbando, schivo il sole e chissenefrega), senso di fame (il cervello può pensare una giornata intera a che cosa gradirebbe il corpo?).

Mica lo sapevo che si stava così bene.

Stavo su un’isola e il sole mi ha raggiunto sulla spiaggia dove atterravano gli aerei, che contavo i bulloni nella pancia. Compravo le birre in un bazar tenuto da indiani in un posto greco, erano del Bangladesh anche i vicini di casa che stendevano i panni sui rami di un bouganville sulla strada. Il traghetto passava nella finestra della camera ogni venti minuti, due compagnie diverse, buttavano giù il portellone per scaricare le auto ancora lontani dalla banchina, un roteare al volo.

Mi sono persa guardando tutta la notte, vento vento e vento, l’andirivieni di traghetti con luci come fossero modellini da nave da crociera, sul ponte neppure un’anima, ma il traghetto abbassava il portellone, attraccava, aspettava e nessun passeggero si imbarcava per l’altra sponda.

Riuscivo a concentrarmi solo su quello, il sole, il bazar, il traghetto ora di una compagnia ora dell’altra.

Ho il cervello fritto, ho pensato. Non scrivo, leggo poco, non riesco a fare programmi.

Una meraviglia.

Sfuggendo il sole, stavo poi in un paese lontano, devo essere impazzita, per accettare di volare tante ore, è innaturale, a piedi dobbiamo andare, dobbiamo stare sui piedi, mica siamo uccelli, ma andando ho detto sfuggo al sole, lì non mi fisserà più, non mi ossessionerà.

Invece il sole stava pure là a guardarmi, più stanco, certo, un giallino tenue, una sfumatura annacquata, dimesso, abbattuto, ma la risposta le voleva lo stesso, un indirizzo.

Che vuoi da me, non conosco manco la lingua, la scrittura, pensa se ti posso dare il mio indirizzo, dormo in un hotel, mangio aringhe, patate e zuppa di barbabietole. Di certo mi piacciono le bandiere di questo paese, e le cupole dorate, che secondo me le hanno fatte così luccicanti apposta, che tu, caro sole, da queste parti sei fiacchino.

Al ritorno il sole era sempre lì. Che senso ha l’estate, a che cosa serve? Davvero è utile tutto il caldo, l’ozio, bagnarsi in mare, andare alla ricerca, spostare prospettiva?

Estate faticosa. Lo so che non mi ero persa solo da un mese, come ho creduto, da tempo mi chiedevo, in sostanza, se ne valesse la pena.

Ormai a questa età. Ormai che ci sono quelli giovani e invece io.

Ritrovarsi è necessario. È trovare un indirizzo. Non metaforico, un indirizzo vero, la via, il numero.

Perché proprio quello, e che cosa c’entra con la vita di adesso?

Credo che, per ciascuno, da qualche parte qualcosa sia cominciato e altro sia finito, che da qualche parte abbiamo montato una casa prefabbricata per tirarcela dietro, qualcuno ha detto due parole e da quelle abbiamo preso il via.

Il mio indirizzo è un vicolo, ci sono entrata e ho pensato, era più largo.

Quando mi sono ritrovata, il sole era tramontato da due ore. Faceva un caldo umido che me lo ero scordato, come può essere bagnata la notte da quelle parti. Ma il sole era tramontato e c’era buio.

Vai a cercare le isole, attraversi mezza Europa, ti perdi e poi ti stai aspettando in via dell’Arciprete numero 7. C’è un refolo, il vento si arrotola svoltando l’angolo e viene in faccia sulla rincorsa. A terra, il gioco della campana. Ho respirato e l’estate era finita. Sui gradini di una casa in vendita, ho fatto una lista e due propositi.

Propositi solo per me. Una novità. Solo per me. Gli inquilini della casa in vendita me li hanno suggeriti. O forse sono stata io, a fare l’elenco puntato, l’io al tempo degli inquilini.

Conclusioni

● Chi c’è c’è, hanno detto gli inquilini.

● Affrettati con calma, e pensaci una volta sola, hanno detto gli inquilini.

● Scrivi lettere d’amore( e Ilaria mi ha regalato, a Natale, carta da lettera fiorentina, avevo pensato che cosa me ne faccio, ma gli inquilini lo sapevano, di quel regalo).Ora le scriverò, una lettera d’amore per ognuno. E che mi prendano per matta.

● Compra quelle due stanze accanto al vescovo San Procolo che va in altalena. Farà abbastanza freddo per scrivere lettere d’amore e altre cose. Il vino è buono, da quelle parti.

Cara amica mia del compleanno dell’altra sera, non nego che un po’ di paura venga, pensando che, come dite voi in Toscana, abbiamo scollettato. Nonostante ciò il tempo lo abbiamo, affrettiamoci ma con calma, scrivendo lettere d’amore e altre cose, con chi ci vuole stare.

Vi aspetto da san Procolo, ci staremo comodi. Il vino è buono, da quelle parti.

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