Fa freddo ancora. Niente primavera, ancora.

È sempre stato così il primo maggio. Incerto.

Non è vero, ce ne sono stati di diversi.

Ci è tornato in mente insieme, stamattina, mentre me lo dicevi, che credevo essermelo scordato, e invece c’era per intero, e mi hai detto ti ricordi? E ti ricordi? E ti ricordi?

E poi mi hai detto, me la scrivi una cosa su quel primo maggio?

Io ti ho detto che secondo me era il 25 aprile, ma tu dici che era il primo maggio. Fa differenza?

Avevamo una Panda senza il sedile posteriore. Chi stava seduto dietro, e io ci stavo, seduta dietro, pareva affondato dentro a una tinozza, con le gambe scomposte.

La Panda era rossa e il cambio grattava. Era una Panda in prestito.

Il primo maggio siamo andati al Circo Massimo e a Piazza Venezia, ma non ricordo se prima al Circo Msssimo e poi a Piazza Venezia o viceversa.

Non mi ricordo se abbiamo parcheggiato, ma mi ricordo scale e sole, sole e profumi.

Io quel profumo di Roma non l’ho sentito più. L’odore pieno, di cose al sole, pietre, capelli, io e te mano nella mano, avevo un maglione di cotone bianco con dei fiocchi rosa, come avevo potuto comprare una cosa tanto orribile, e dei ricci grossi su una testa da leone, che saltavano e si muovevano, e anche tu, una testa enorme di capelli a terrazza, ma ridevamo, e quegli altri due dietro, ma noi li distanziavamo, che cosa mancava alla felicità?

E poi mancava un mese alla laurea, questo lo so, la tua e la mia, e con la Panda rossa tutti e quattro giravamo per Roma, e il sole, e quell’anno Masini cantava nella radio di ragazze così e così, e noi ridevamo, che eravamo proprio convinte si potesse essere ragazze poco serie, la radio sempre sintonizzata sulla musica italiana e poi dimmi dove sei che ogni tanto mi oriento.

Che schifo di musica, diceva quell’altro seduto accanto nella tinozza, ma mancava un mese alla laurea, c’era caldo, mica come adesso, che al primo maggio la stagione è lontana, sole e tutta quella luce, neppure quella luce l’ho più vista.

Poi cucinammo una strana pasta nell’appartamento di Piazza Bologna, eravamo cinque, sei, non me lo ricordo. Quello della tinozza disse buona, ma ora devo andare e ci vediamo qui stasera.

E noi tre uscimmo ancora e tutto il Muro Torto, e sole, e caldo, io sola nella tinozza senza sedile, e poi dicemmo torniamo a casa, lo aspettiamo e poi ancora Panda.

Si fece tardi e quello non veniva, non c’erano mica i telefoni che chiami e solleciti, controlli, spingi, alletti. Aspettammo e il profumo di Roma di sera entrava attraverso la tenda.

C’era una festa, ma io volevo aspettare ancora e poi però, dopo tanto aspettare, andammo via, siete sicuri che non c’è più tempo?, e andammo alla festa di uno che adesso ho pudore persino a pensarlo, che stavamo lì, siete sicuri che siamo invitati proprio noi, con questi capelli e i pantaloni dell’Upim, e il tizio ci aprì e disse, prendete il vino là in fondo, e conobbi Paolo che insegnava all’università e il suo compagno che era chirurgo a Madrid e si vedevano quando i voli di trent’anni fa lo consentivano e dissero, stai tranquilla, anche a distanza l’amore vale.

Vale, dissi, ma non resta.

Ce la fa, ce la fa.

Tutti avevano occhiali da sole anche se era sera e stavamo in una casa al chiuso e Andrea disse delle cose su Cracovia e su un film che aveva fatto, poi andammo via. Un giro al Gianicolo, senza scendere dalla Panda, il profumo di Roma di sera che era diventato Roma di notte, quel profumo di Roma non l’ho sentito più, e poi rientrammo.

L’inquilino dell’appartamento disse che chi aspettavo era arrivato un attimo dopo che eravamo andati via. Pensai che dovevo imparare. Non si dovrebbe mai mollare, a averne la forza. Bisognerebbe insistere, pure nell’attesa, a averne il coraggio.

Trovai un biglietto sul cuscino, non l’ho conservato. Un messaggio senza telefono.

Era entrato uno spicchio di Roma dalla finestra.

Io lo so adesso dove sei, lo so dove siete tutti quanti. Dentro quel primo maggio di caldo caldo, di profumi e speranze, che così non ce ne sono più.

Il resto ce l’ha fatta, per la parte migliore, come si disse quella notte. Solo per la parte migliore.

Va bene, Maria Pia? C’è altro?

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