Non so se sia peggio aspettare l’autobus col caldo oppure col freddo. Se, senza pensilina, ti trafigge un sole cattivo che manco ai tropici peggiori o se ti bagna la pioggia con vento delle sei e cinquantantacinque.

I ritardi della Lam Rossa sono ormai leggenda. Quando arrivi alla fermata e c’è un altro tizio qualunque, sconosciuto, mai visto, incontrato due volte o mille, stessa ora stessa corsa, la tiritera anche oggi è che l’autobus ha saltato due corse, ieri abbiamo aspettato quaranta minuti, il demente dell’autista ha tirato dritto, non si è fermato, e sghignazzava, lo stronzo. Niente considerazioni sul tempo o sulla politica. La Lam.

C’è una ragazza che aspetta e aggancia chiunque per lamentarsi delle meraviglie della Lam Rossa, avrà vent’anni, e manco buongiorno, dice, ma la Lam la sta aspettando da stanotte, ci ha dormito, alla pala. E poi gli zingari e i furti. E il tizio con la sindrome di Tourette che ti apostrofa in ogni maniera, fai schifo, comunica a tutti, e non dovrebbero farlo salire, e i posti in piedi, e certo, se ne saltano tre di corse stiamo stipati come maiali. Non la guardo mai negli occhi, che, se incrocia lo sguardo, è finita.

Non capisco bene come funzioni la cosa, ma i ritardi ci sono, è innegabile. La Lam è, non considerando l’acronimo leggero e moderno, niente di più che una circolare. Parte da un punto e a quello deve ritornare. Che se sali qui, fai il giro turistico della città, passi per la stazione, una visita all’ospedale, qui devi tornare. La stessa macchina. Se una sera non hai di meglio da fare, la solitudine ti prende, la casa è stretta e al cinema non c’è niente, un giro in Lam potrebbe essere l’alternativa ideale.

Quindi se ti metti da questa parte e vedi la Lam dall’altro lato della strada, dodici minuti al massimo e la stessa deve passare a prenderti, se non è intanto arrivata quella della corsa precedente.

Così è tutto un ne ho viste salire due, tre, non ne è scesa neppure una, che significa che la gente sta lì, alla fermata, da quindici, trenta, quarantacinque minuti, guardando nel vuoto, in fondo, che spunti, venendo in giù, una di quelle prima salite. Un andirivieni che, però, da qualche parte si inceppa.

Ciò che va, non ritorna. O, per essere precisi, non tutto quello che va, ritorna, o almeno non nei tempi previsti.

E allora ieri, che stavamo a studiare l’oscillazione degli autobus, quelli che andavano e nessuno che ne tornava, una tizia ha detto, colpa dei francesi, si sono comprati l’azienda, diminuiscono il personale e le macchine vecchie non le rimpiazzano. Ne partono un numero, ma ne circolano, di fatto, di meno, le fermano al deposito, questioni di tagli e niente rispetto. Peggio, ha detto un altro, c’è qualcosa che non quadra. È come se da qualche parte le macchine sparissero.

Inghiottite, ho detto.

Appunto.

Ho aspettato la Lam Rossa, che a un certo punto è arrivata e ha caricato il mucchio di gente. Sono andata a lavorare. Piovigginava. Sono uscita presto. Ho ripreso la Lam e ho pensato, ho due possibilità. Ci resto sopra, faccio il giro e vediamo dove finisce.

Oppure prendo l’auto e ne seguo una a caso, partendo però dal punto che so io, quello davanti al bar, dopo il cimiterino, quando le ruote si inabissano sul viale, proseguono e poi non se ne sa più nulla.

Dalla pioggia eravamo passati a una nebbia stupida, pioggia condensata, lattigine appiccicosa.

Di scendere dall’autobus non avevo voglia. Mi stavo assopendo. Sarei rimasta sulla Lam e avrei concluso il viaggio per vedere dove andava a finire. Eppure, mano a mano che si procedeva, la gente scemava. Erano neppure le undici, studenti ormai in classe, casalinghe a casa, lavoratori in ufficio e pochi turisti per la Torre, dove in effetti è sceso l’ultimo passeggero. Siamo rimasti l’autista e io.

A me, nonostante ci vada dietro, in un’infantile ricerca sadica, le cose di mistero piacciono poco o mi piacciono protette. Adesso questa Lam prosegue, cimitero piccolo, cimitero grande, l’autista, io e il buco nero in fondo.

Sono scesa. Ho preso la macchina e mi sono appostata di nuovo alla fermata, l’incriminata, l’ultima prima dell’oblio, del non ritorno. Quella che precede il triangolo delle Bermude.

È andata che ho aspettato venti minuti. Nella radio c’era brutta musica. Stavo con le quattro frecce dietro lo stallo giallo della sosta. La Lam è arrivata, si è fermata, un tizio con la valigia se n’è andato verso il parcheggio.

Ho seguito la Lam. Le 11.42.

In certi periodi, il ritrovarsi tra lo sbigottito e l’incredulo per quello che sta intorno, potrebbe avere come medicina un inseguimento alla Lam rossa, con un’andatura variabile.

La Lam correva, sul viale del cimitero. Ha inchiodato alla fermata, mentre pioveva più fitto. Comunque la corsa continuava e l’autobus davanti c’era ancora.

Penso, mentre inseguo, cose a caso. Tipo che certe,che dovrebbero cambiare, stanno immobili e cose che invece farebbero bene a restare dove sono, cambiano. Il meccanismo non funziona come vorremmo, è invertito. Cose che cambiano e non vorresti. Un meccanismo rotto tipo Lam Rossa, troppo facile il parallelo. E tu stai a spingere, spingere, e madonna che fatica.

La Lam proseguiva. Alla farmacia non si è fermata. Ha girato verso Viareggio, non credevo passasse da lì, un itinerario imprevisto, avevo sempre immaginato, la sua, una corsa di pura città.

Certo che, a pensarci, non era tanto normale che stavo inseguendo una Lam, credendo chissà che cosa, o forse col bisogno, prima, di scoprire che era tutta responsabilità umana, il disservizio, e, poi, di litigare a morte con qualcuno, litigare per email con la sede legale, di persona, sfogare quella rabbia da immobilità/mobilità invertite, e con chi di meglio puoi prendertela se non con gli autisti della Lam, tanto loro, di norma, non ascoltano, non è colpa nostra, fate reclamo, telefonate al numero verde, e spesso manco rispondono. Ottimi pungiball per periodi difficili.

Aveva rallentato e camminava, fuori città, senza intoppi e senza fermate. E infatti, fino a allora, non c’era stato niente a fagocitare le macchine e nessun ostacolo. Ma allora perché i ritardi? Erano passati sei minuti, le 11.48. Tra altri otto avremmo dovuto essere tornati lì dove eravamo partiti.

Nella macchina si stavano appannando i vetri. Come una svitata, stavo inseguendo una Lam per vedere se qualcosa la ingoiava, seguivo un autobus alla ricerca di fantasmi. E del rimedio allo sconforto, che mi era preso all’improvviso, per cose che procedono verso  direzioni proprie, opposte a quelle dei nostri desideri.

Così la Lam stava finendo il viale parallelo e già virava verso l’interno. Stava tornando in città. Pioveva fortissimo, non era previsto, piuttosto avevano detto vento freddo, ma non quell’acqua mista a latte schiumoso in polvere.Ci vedevo poco. Auto in seconda fila al panificio. Auto che invadevano l’altra carreggiata per evitare quelle in seconda fila. Tergiscristalli lenti. L’autobus giallo e rosso sempre davanti, rallentava anche lui, alzava l’acqua che in pochi minuti si era raccolta nelle buche.

Qualcosa stava attraversando la strada. Un’ombra, un sacco, un ingombro, non lo avevo visto. Ho inchiodato e piano, pianissimo, come impemeabile alla bufera, ho visto che era Belfagor, ai piedi certe pantofoline di pezza rosse, una busta di plastica bianca in testa, e portava ritto un cartello, un pezzo di cartone, forse un imballo da merendine, ci aveva scritto

LE COSE SE LA SBRIGHINO SENZA DI NOI. NO ALLA PROSTITUZIONE.

Tanto che non la vedevo, sempre più matta. Belfagor che dorme nel vicolo dietro casa, che parla a un cellulare immaginario, l’ereditiera defraudata. So di aver pensato, per un attimo, guarda un po’, persino i verbi corretti. Ma poi lei era lenta, tanto lenta, si trascinava, mi guardava da sotto il cappuccio con i soliti mezzi occhi e lo stava facendo apposta, mi stava bloccando mentre la Lam in fondo, la intravedevo, si perdeva in un fumo improvviso, da tubi di scappamento o da prestigiatori, fumo di nebbia, latte e pioggia. In fondo vedevo l’ultima striscia dell’autobus che andava, Belfagor teneva in alto il cartello, lo stava agitando verso di me, come un motto di protesta, a dire leggilo!, ma io volevo vedere soltanto dove andava a finire la Lam, sì ho capito, vai!, vai!, ma la Lam l’avevano già ingoiata, là in fondo, la curva o la fossa maledetta. Non avrei mai saputo la sua fine, ma mai più avrei avuto il coraggio di comportarmi da svitata.

Belfagor sogghignava e in quel momento l’ho odiata. Con tutto il suo cartello e le frasi a arte da Baci Perugina. Non mi aveva risolto niente, né le scomparse della Lam Rossa né lo sconforto dovuto a meccanismi mal funzionanti.



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