Se stasera avessi un blog,

visto che ho giusto il tempo di respirare, stasera, e però questo diario non può essere sospeso per molto, se stasera avessi un blog, riproporrei con alcune modifiche  una cosa scritta e pubblicata tempo fa. È ancora valida per intero pure se non è estate.

E poi c’è un’amica a cui voglio fare compagnia, in questi giorni.

Questi, a Taranto, sono giorni che, come sempre, hanno a che fare con l’acciaieria, le ore prima di qualcosa che riguarda quelli sull’Appia.

Non posso fare a meno di cercarne il segno nella gente, nelle parole scambiate in fila al bancone della macelleria. A me sembra se ne parli poco. Qualche accenno, nessuna ubriacatura, nessun commento fuori posto, nessun fulmine di anatema. Ne sono quasi delusa. Pare siamo disposti a subire il futuro, qualsiasi sia.

Il cielo è velato, uno strato di nuvole di afa. Penso che rispecchi la cronaca, ma è solo caldo remoto e compatto. La città è in bianco e nero.

La sera, scegliamo un bar nuovo in periferia. Tutto bianco, le poltroncine sotto i gazebo a pagoda, i tavoli, le sedie, le candele quadrate, l’insegna che non si distingue, seppellita nel bianco del muro. Il posto si illude di contrastare il grigio opaco del cielo, dei mulinelli di polvere e carte che lo scirocco crea a cinque centimetri da terra.

Ci sediamo fuori. Chiedo un bicchiere di vino bianco, vorrei sapere che etichette avete, o almeno quale vino.

Si infastidiscono, gli altri, quando lo faccio. Dicono che dovrei prendere un vino bianco qualunque, senza tante storie. Ma per me il vino bianco di sera è un’emozione profonda, nel suo gusto rintraccio l’alchimia di ricordi e progetti, anniento l’eccessivo coinvolgimento con le cose, dimentico il caldo, se è caldo, la pioggia, se piove. In un solo bicchiere, magari in due.

Non mi piace tutto il vino bianco, non amo la mineralità corposa dei siciliani, il fruttato deciso dei campani, la tranquillità senza sorprese dei pugliesi. Voglio i vini del nord, maggiore è la lontananza, meglio sto. Altre lingue e luoghi credo mi siano appartenuti, in un’altra vita, il lontano sapore di mele, la clandestinità di rocce e boschi.

Per questo voglio scegliere il vino.

Chiedo, che vini avete?

Il ragazzo mi guarda smarrito, col notes in mano, non lo sa, va a chiedere.

Lo intravedo nel bar, parla con due giovani donne che preparano il buffet. Passano due o tre minuti, mi sento in colpa, gli altri hanno sete, il tramonto ha una supremazia cattiva sui nostri corpi, nessuno viene a prendere le ordinazioni.

Finalmente torna, dice, di scuro abbiamo un primitivo, di chiaro….

Già mi sento male. Menomale si blocca da solo, riflette, non ricorda. Si volta verso l’interno del bar a chiedere soccorso.

Dico, non importa, mi dia quello che ha.

E invece esce una delle ragazze, prego, fa, pure scocciata.

Vorrei un vino bianco del nord, dico.

Ci sono solo vino del Salento. Del nord abbiamo una Falanghina.

La guardo, valuto l’informazione. Non resisto, la Falanghina è di Benevento.

E Benevento è a nord, dice, composta, e del tutto sconcertata.

Giusto.

Mi faccio portare un prosecco.

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