Come mai le settimane volano e i mesi sembrano invece anni?

Non è una mia riflessione. Condividevamo una scrivania con cento carte confuse, lui le sistemava, io non so, ma questa cosa che è oggi martedì e la settimana ormai è andata, domani pomeriggio non ci sono, giovedì tu, poi arriva il tecnico della caldaia alle due, gli apri, poi arrivo io, venerdì è l’unico pomeriggio libero, possiamo infilarci tre cose, se le incastriamo bene, e vedere Luciana, che è da prima di Natale che rimandiamo, e menomale che abitiamo a due strade, dal medico per le ricette ci vado in autobus, a fare la spesa sabato mattina, intanto domani finisco alle otto prendo due pizze al ritorno, sì, ma io non ci sarò prima delle nove.

Vedi che in quattro righe è già domenica.

E invece gennaio è stato lunghissimo e pesante con quattro settimane bruciate in un lampo e febbraio non finisce più, anche se oggi è martedì e domani è già sabato.

Come funziona allora la questione? Dove si inceppa il meccanismo veloce/lento/off/on, chiudi gli occhi e passano sette giorni, li riapri e sei ripartito dal primo del mese, in un giorno della marmotta infinito.

Erano le cinque di un pomeriggio di sole, mentre pensavo a questo. L’autobus prendeva tutte le buche, senza evitarne manco una, l’Arno aveva la luce della primavera impaziente.

Come può essere? È la somma che fa il totale, mi viene, cioè metti tanti segmenti leggeri e la retta si fa pesante, alla lunga. Pesante e sconfinata.

Metti 12 gradini X 2 + 6 gradini da salire ogni giorno per almeno 6/7 volte al giorno, metti singoli sacchetti della spesa e hai portato a casa, su quei gradini, mezzo supermercato, che, alla fine, risulta ingombrante. Non so, mi chiedo.

O non è il numero dei gradini e dei sacchetti, ma proprio il gradino, e tutta quella spesa, che non sai se poi ti serve, le verdure fanno bene, la pillola della pressione è finita, la spazzatura da differenziare, passaggi veloci in camere da degenza, le telefonate che non arrivano e neanche il sonno, e quelli che se ne sono andati, e quelli che non si fanno sentire, il cane che abbaia in loop, la tosse, due chili, i moduli, la collezione di candele che se si accendono da sole viene un falò della casa in cima ai 12 gradini X 2 + 6 gradini, e quelli che si fanno sentire ma stanno zitti.

L’autobus svolta sul Ponte di Mezzo. Stasera faccio tardi.

Una ragazza riccia risponde al telefono. Ha i capelli inanellati, sembra mia sorella di anni fa.

Bene, dice, con un sorriso largo bello che adesso le scopre un incisivo appena accavallato all’altro.

Sì, trenta. E chiude.

Non racconta com’è andata, le domande, quanto è durato, se è stata dura, se lo ritiene un risultato giusto.

Solo trenta. Sorride da sola. Controlla dei messaggi e continua a sorridere, a sé, quasi ride, leggera.

Io andavo sui gradini di San Nicola, dopo un esame, quando ancora non si poteva, che il quartiere non era il salotto di adesso, compravo un giornale di moda e un paio di gettoni per dire a mio padre, trenta. E Bari era bellissima, un mare aperto di speranze. Avevo comprato la focaccia da Magda e avevo sempre qualcuno da aspettare, seduta sui gradini, che erano bianchi, bassi, il pomeriggio diventava una sera tiepida, e non c’era nessun posto al mondo migliore per guardare una piazza e la fetta di sole.

Se invece dovevo ripartire, compravo un panino con l’insalata di pollo alla stazione, un lusso, e in treno avrei cominciato a leggere il nuovo libro che mi ero fotocopiata per l’esame successivo, e avevo questo sorriso qua. E non sentivo né caldo né freddo, nessuna fatica delle settimane passate e i mesi volavano, tanto quanto i giorni e le settimane, né più né meno, leggeri, volavano, altro che somme e totali.

E questa ragazza riccia con gli occhi lago che sembra mia sorella sta sorridendo dalla basilica di San Nicola, sono scesa e lei ha proseguito e di certo alla stazione comprerà un panino con l’insalata di pollo, e farà progetti per l’immediato futuro e per quello lontano. Che può succedere, del resto, se non che tutto si avveri, e che tutto prosegua così, trenta, trenta, con le persone immobili dove si immagina che siano e sempre saranno, in un pomeriggio di sole, a febbraio.

Allora non è che per noi l’ingranaggio si inceppa adesso, volta per volta, nel passaggio settimane/mese. Neppure la questione, scontata, che la somma diventi a un tratto più grave dei singoli addendi: il meccanismo si è inceppato tempo fa, una volta per tutte e non l’abbiamo più riparato. Men che meno cambiato, ci vuole tempo, preventivi e coraggio, per cambiare una cosa che tutto sommato va ancora.

Così lo abbiamo oliato, e quello di olio si è impregnato, e intanto si appesantiva, e la stoppa, e un ricambio riciclato, che l’originale costava troppo, invece meglio un ferro da centro demolizioni fetido nella periferia, ma pesa di più, e qualche bullone per tenere insieme lo slegato, e forse dentro c’è acqua da qualche parte, e la ruggine pesa?, e l’aria insufflata perché giri, giri, giri, che a volte proprio non vuole muoversi. Pesa più il meccanismo così assemblato o soffiarci dentro l’aria?

Quindi, come mai le settimane volano e i mesi sembrano invece anni? Metti tanti segmenti leggeri e la retta si fa pesante? Metti tanti gradini e il meccanismo diventa legnoso?

Sai, tesoro mio, non lo so. Però, adesso, con il trenta leggero che esce dal sorriso della ragazza riccia, penso che non sia una questione di numero di gradini, ma di tipo di gradini, della loro direzione. Credo che l’arcano sia da trovare nello sguardo dei gradini: che cosa vedono, dove si affacciano, dove guardi tu, mentre le settimane si fanno mesi.

Per ora solo questo, una faccenda intricata, e amara, che riguarda i gradini di basiliche e case.

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