Racconto a quattro mani

È divertente scrivere a quattro mani, vuol dire improvvisare, lasciarsi prendere dalla storia e vedere dove porta. Chi scrive per primo avrà la curiosità di scoprire come va a finire quello che ha concepito e avviato senza poterlo concludere, il secondo dovrà accettare la sfida di immergersi in una vicenda che non ha pensato e arrivare alla parola “fine” in modo coerente, sperando di non deludere le aspettative dell’altro.

Un gioco, il nostro, senza alcuna velleità.

Leggete il racconto, se vi va, e divertitevi a indovinare chi ha scritto cosa.

Scrivetecelo e forse risponderemo: forse, perché da un certo punto in poi le quattro mani si sono talmente intrecciate che anche per noi potrebbe essere complicato ritrovare l’orma di ciascuna.

———

«Quanto tempo abbiamo?»

Piove. Sgocciolano gocce pesanti dalle incerate appese alle sedie. Per certi versil’estate sa essere più bastarda dell’inverno. 

Il tavolo è minuscolo, si muove come per una seduta spiritica scalcagnata. Grondano i tendoni.

La piazzetta è vuota. Le panchine sono vuote. 

«Quanto tempo abbiamo?»

Nina passa l’indice sul vetro ghiacciato, segna una striscia sulla condensa:

«Questo.»

«Il tempo di un bicchiere?»

Nina annuisce appena.

«E siamo venute qui per il tempo di un bicchiere? Se quella stronza ne metteva di più, magari ci stavamo più larghe.»

La cameriera è una giovane slavata, di una mutezza aggressiva.

«Che vino hai ordinato?»

Gea fa una smorfia, come a dire non lo so, non sono vere e proprie spallucce, più una indifferenza sostanziale nei confronti della questione, di tutte le questioni.

«Non hai mai capito niente di vino. Non sopporto chi non si interessa di vino e beve quello che passa. È una questione di approccio generale. Tu, a esempio, bevi quello che passa. Come si può?»

Piove, ma non tantissimo. L’ultimo sole, offuscato dalle nuvole, non si decide a tramontare. Fine estate. La fine dell’estate si fa sentire, il vento, l’acqua dopo le cinque del pomeriggio, il silenzio che prelude all’inverno, stagione spettrale e buia per Gea, confortevole e dolcemente malinconica per Nina.

«Quanto tempo abbiamo? Ah, hai detto il tempo di un bicchiere.»

Nina fissa negli occhi Gea e sta ferma. Torna a guardare nella strada principale due macchine che svoltano dal centro verso il passo o si infilano nel garage sotterraneo dell’hotel a specchi.

Nina prende un sorso. Sente che è acido. Forse è la pressione del clima, del cielo. Il vino è diverso a seconda della pressione. Si augura almeno sia del posto:

«Quindi se non beviamo abbiamo più tempo… se ce lo teniamo, metti, un’ora, e lo facciamo diventare caldo, chissenefrega, abbiamo più tempo.»

«Quanto tempo abbiamo?»

Fa segno alla cameriera, che porti qualcosa da accompagnare.

«Non si può ingoiare a digiuno un vino tanto acido, buca le viscere.»

Quella torna con due cetriolini in una coppetta di vetro.

«Cetriolini, acidi pure loro.»

La cameriera guarda senza sguardo. Come non capisse la lingua, come se non capisse se è davvero un rimprovero. Si allontana e torna con tocchetti di pane e un piattino di formaggio, schegge di formaggio molle. Quindi ha capito.

«E quindi. Potremmo prendere un altro bicchiere. O no, se vuoi che sia salva la norma, guarda, potremmo farci riempire questo fino all’orlo, prima di finirlo. Il tempo di un bicchiere. Ne lascio un dito, meno, stai a guardare, così, un filo in fondo, e la stronza mi riempie questo, senza portarselo. Unico bicchiere.»

Ridacchia.

«Dici che è la soluzione, che può servire?»

«Dimmelo tu.»

«Che luce strana c’è stasera.»

Riverberi opalescenti dentro il locale. Fuori è ancora grigio, ma un grigio pulito, profumato.

Gli sguardi si fanno più solidali.

«Prova a darmi torto! No, non ce la fai.»

Gea socchiude gli occhi, scuote lenta la testa, trattiene l’aria di un respiro. Non fa a tempo a dire niente.

«Non ce la fai… non perché ti manchi il coraggio, ma perché è così, è come dico io.»

«È come dici tu. Quanto tempo abbiamo?»

«Aspettiamo che calmi il vento, aspettiamo che il sole sbuchi da quella nuvola nera.»

«Quando è l’ultima volta che hai riso… con le lacrime agli occhi… per una cazzata?»

Gea cerca nei ricordi, lo sguardo in su. Posa lo sguardo su mille cose attorno a lei, di certo non le vede, guarda i ricordi, li passa in rassegna in ordine confuso, non cronologico. Suo fratello, una tavola con tanti amici seduti attorno, suo padre, la mamma con un orsacchiotto in mano.

«Così indietro devo andare? No, aspetta…»

«Vedi, non te lo ricordi. È passato troppo tempo.»

«A me non piace ridere. Non leggo libri divertenti, non guardo film allegri.»

«Ridere non è una scelta.»

«Neanche vivere.»

«Sarà. Ma ormai ci sei, tanto vale ridere, ogni tanto. Ogni volta che capita. Dobbiamo cercarle le occasioni per ridere. Più spesso.»

«A me basta sorridere. Basterebbe. Più spesso. Quanto tempo abbiamo?»

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