Se stasera avessi un blog,

oserei, senza mezze parole, raccontare questo fatto che mi è capitato.

Stamattina mi sono accorta che una mi ha cancellato dai suoi amici Fb. Una tizia,  una conoscente.

La storia è cominciata qualche mese fa, a settembre, per la precisione. Con un messaggio mi chiedeva di cancellarla dai contatti, perché lei non ci riusciva. Firmava la richiesta, nome e cognome.

Non era, non è, una mia amica. Una persona che incontri nel percorso, ci parli, tutto sommato con piacere, una certa sensibilità, anche una buona cultura. Una donna pratica, non mi dispiaceva. Spesso mi aveva chiesto di uscire, per il pranzo, in particolare. Ma lei è un bel po’ più giovane di me, almeno dieci anni, ha un ritmo di vita differente, un lavoro pomeridiano in un’assicurazione, un marito che spesso lavora fuori, un pilota di linea, su e giù non so da dove a dove, due figli che, per buona parte della giornata stanno a scuola e una discreta dose di leggerezza che, purtroppo ho perso, non ho mai avuto, diciamo, manco quando di anni ne avevo pure io dieci fa e le cose erano pure peggio.  Quindi i rapporti con la mia conoscente erano cortesi, non formali, ci siamo raccontate delle cose private, ma circoscritti.

Insomma a settembre questa mi chiedeva di essere cancellata dagli amici, sempre perché, pare, lei non ci riusciva, e soprattutto perché viveva con imbarazzo il fatto che non le mettessi mai un like ai suoi post su fb.

Le ho scritto che si sbagliava, che era un caso, che probabilmente mi sfuggivano, i suoi post; ho insistito, l’ho lusingata, le ho scritto che provavo affetto; è vero, i suoi commenti politici non li condividevo, ma per il resto, le fotografie erano belle.

Lei ha insistito, non apprezzavo neppure i suoi commenti ai miei post.

Mi stavo incartando col cervello, post suoi, post miei, mi piace, non mi piace, ma che è. Alla fine di una estenuante conversazione WhatsApp mentre mi vestivo e dovevo andare a lavorare e alle otto e mezza di mattina faceva già – ancora, visto che era settembre – un caldo assassino, le sparo che Fb per me è un passatempo mentre cuoce la pasta.

Si era placata. Il tempo è passato.

Stamattina, così, folgorata, ho notato che non vedo più i suoi post, le sue foto. Un algoritmo di FB? Sono andata a cercare, manco io so come si fa, a cercare, a cancellare, a taggare, poi, men che meno. Della conoscente manco l’ombra.

Sono stata cancellata, bloccata, bannata, una dichiarazione del tipo, per me sei morta. Il modo l’ha trovato.

La dovevo cancellare io, lo sapevo come si fa, invece di lisciarla, e dai e smetti e su. Lo dovevo fare. Lo posso dire qua?

Ti cancello io, perché questi tizi nuovi che ricopiano i vecchi mai morti, vanno cancellati, io non mi ci mischio, gli aderenti locali interessati alle strade pulite pulite, lavate col detersivo da schiuma dell’oceano, che se cado un giorno e mi rompo il collo, poi si ride.

La dovevo cancellare quando tuonava contro la birra bevuta all’aperto, di sera, nelle piazze: e che sei, mia nonna, che peraltro era più moderna di te, e non diceva che chi beve birra di sera, in pubblico, o, peggio, mangia, alimentando con le briciole i ratti cittadini, è un bandito. Ho bevuto birra all’aperto – Campo dei Fiori, Trinità dei Monti, ti ricordi, Maria Pia, e poi Montmartre, l’ho comprata da un cingalese che trasportava le lattine in una borsa termica, quelle del mare, degli anni settanta, di certo è un reato – e la bevo ancora. Pensa te, mangio anche il gelato.

La dovevo cancellare io. Che con certa gente non mi ci devo mischiare.

Mi dispiace solo che questa conoscente è delle mie parti e proprio non lo digerisco, che i pugliesi si dimenticano chi sono.

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