Se stasera avessi un blog

racconterei un fatto che mi è successo ieri mattina in autobus.

Particolare, la vita di autobus. Sono passata dal pendolarismo lungo – ottocento chilometri, poi cento, poi quarantaquattro – a uno a filiera cortissima, tre chilometri. Eppure esco sempre allo stesso orario, o meglio, a quello dei quarantaquattro chilometri. Allora, in auto; oggi, prendo un pullman di città.

In gennaio c’è buio. Così stamattina sono uscita, ma avevo fatto tardi, e quindi non era proprio tanto buio, ma il cielo era diviso esattamente a metà. Da una parte, la luna piena rotonda nel limpido. Luna di mattina invernale. Di là, il fiume ficcato in fondo a un banco di nebbia molliccio umido. Se ne perdevano i confini come la curva delle luci ancora accese sul contorno del lungarno che a un tratto scompariva.

Sono passata in mezzo a due mondi.

Mentre ero seduta, con la colazione che mi ballava nello stomaco – degli autisti di autobus delle sette e zeronove del mattino, e anche degli altri, autisti impietosi, gaglioffi, menefreghisti, spudorati, parlerò in un’altra sessione, che è necessario, per loro, un unico, terribile post –, tra buche e strambate che manco Mascalzone Latino, le solite facce assonnate, i mezzi sorrisi, i cenni di buongiorno, alla fermata di via Mazzini è salita lei. Non è un luogo usuale, per lei, non l’avevo mai vista in centro, ma sempre dalle mie parti. Proprio nel vicolo dietro casa, riparato dal vento d’inverno e pieno d’ombra in estate. Ha fatto un cenno, l’autobus si è fermato e Belfagor è salita. Ne parlo al femminile, ma è tutto da dimostrare.

Una volta ci ho parlato, e mi sembrava che fosse una donna, Belfagor, alta e secca, il viso cotto, le rughe precise, disegnate a mazzi, la voce da vecchia pazza metallica e poco usata, che deve scaldarsi per prendere profondità, forse perché parla poco, anche se, per la verità, quando passa per la via sotto la mia camera da letto, urla da sola, altro che parlare, a un cellulare immaginario tenuto sotto un cappuccio che è una tenda, o un sacco di iuta. Percorre la strada, poi torna indietro, si porta appresso una busta, altre tre o quattro le ha lasciate nel vialetto, parla al telefono immaginario, beve fondi di caffè che recupera, l’ho vista, sul tavolino esterno del bar, i bicchieri usati li lasciano i clienti, lei versa gli avanzi di caffè in uno solo e ci mette sopra anche il coperchio, come nei film americani.

Belfagor, col mantellocappuccio, racconta di essere stata defraudata di un’eredità. Che era una signora e io le credo. Parla con un vocabolario preciso, ricco, anche se senza senso, in maniera concatenata, a scrosci, senza dighe. E quando esco dal cancello, spesso spio che non ci sia, che non la reggo, in certi momenti.

Una volta però il cappuccio, che Belfagor tiene sulla testa anche se è agosto e si squaglia pure il cemento armato, il cappuccio è scivolato via. Belfagor ha i capelli fini e bianchissimi legati in una crocchia non proprio pulita. Gli occhi azzurri, di un celeste acqua grigio. E poi il viso con quelle rughe a mazzi.

A guardarla da vicino non mi sembrò tanto vecchia quanto credevo e le rughe era come fossero finte, un trucco da palcoscenico, un invecchiamento teatrale. Un viso così esagerato e deformato che, pensai, è posticcio, è un makeup, un effetto speciale, lo penso spesso, di alcune persone che fanno apposta a sembrare finte e lo sono, si sono comprate un kit e per ragioni loro si camuffano, si dipingono, insomma, la storia antica della maschera.

Ma ho pensato, vedendo Belfagor, quel giorno al di là del cancello, che era truccata e che Belfagor non era affatto Belfagor.

Ma quel giorno faceva caldo, e anche il parrucchiere del quartiere parlava di lei con naturalità, Belfagor continua a girovagare e dormire qui dietro, col freddo e col caldo, sopra coperte messe insieme a materasso, e se qualche amico viene a trovarci, lei lo ferma e racconta che era un’ereditiera e qualcuno le ha rubato tutto, e gira coi bicchierini di fondi di caffè, una volta le ho comprato dei succhi di frutta e un pacco di Buondì, ma lei ha rifiutato, mi ha detto che lo Stato ci deve pensare, a quelli come lei, troppo facile signora, pensare che i cittadini risolvano tutto, e io ci sono rimasta male, insomma ho pensato che una matta così, che vive per strada, perché mai si doveva truccare.

Stamattina è salita in via Mazzini. Forse ha cambiato zona. Io sono scesa in Piazza Vittorio e lei era ancora nell’autobus, quindi non so dove fin dove abbia proseguito, se alla stazione o più in là. Magari andava verso l’ospedale. Ho sbirciato sotto il cappuccio ancora più lurido, perché quella cosa che lei era truccata e le rughe e le increspature delle guance non erano vere ce l’ho sempre in mente, ma non ci sono riuscita, a vedere per bene. Era buio, nell’autobus, io dovevo scendere e alla fine sono scesa, insieme a me gli alunni delle scuole, mi sono calata il cappello in testa, quell’umido di nebbia non si era diradato.

Da giù mi sono voltata, e lei non aveva scostato il cappuccio, e continuavo a non vederle il viso, ma so che mi ha guardato, una lama attraverso le porte che si chiudevano. Sono certa che ha guardato me, solo me,volontariamente me, e non perché mi abbia riconosciuto come la vicina del succo di frutta. Era un frammento metallico, ti sto guardando, la sai, vero, la ragione?

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