Se stasera avessi un blog

scriverei che qualche sera fa, l’aria di vacanza che già si spegneva, una vigilia di Befana freddissima, ho visto il Grande Carro in un cielo tanto limpido quanto gelido, proprio all’incrocio della via, che, mi dicono, porta su al monte. Io, questa zona, la conosco poco, da ospite, molto amata, ma sempre ospite, me la faccio raccontare, non fa parte del mio passato, e il presente è recente, pure se di quasi trent’anni: mi mancano le strade precise, gli itinerari, la geografia.

E stasera sono venuta proprio per farmi raccontare tutto questo.

In un magazzino di paese con l’odore di legno e, forte, di mandarini e foglie, in una quasi notte fredda fredda, ma pulita, con tanti volti che non conosco. C’è buio, in fondo, e foto bianconero e un paio a colori che scorrono, e musica tra una lettura e l’altra.

Perché è una serata di lettura: il libro, Molina di Quosa, Una guida romantica. Non è una presentazione, nessun sermone, è una lettura.

Pensavo facesse freddo, qui dentro. Invece hanno chiuso le porte, la gente si scalda, il silenzio tiene quell’odore di mandarini che arriva fino a qua.

La lettura comincia con la storia di un autobus e di una piazza e poi di due alberi, il principio e la fine di ogni fatto e di tutte le trame di vita di questo posto. Che è un paese a due passi da Pisa, un paese nel paese, per dirla con esattezza.

Dunque un autobus che arriva (e pare non parta mai), una piazza e due alberi, tutto comincia qui e qui tutto ritorna. Accanto, un girotondo di volti, su panchine, campi da calcio, dancing, botteghe, alla fiera, un girotondo di vie e contesse e becchini, e davanti alla televisione per l’allunaggio.

E poi un girotondo di volti intorno e dentro il bar. Volti che si incontrano, si lasciano, si rivedono, si costruiscono, si legano.

Allora ho pensato, nella musica, nell’inflessione che ho imparato a amare, nell’ironia estranea che mi ha insegnato, negli anni, a lasciar andare il fardello cupo della magnagrecia, grata per la sera freddacalda, di musica e panchine, che quel libro che si stava leggendo, e la gente che non conoscevo, erano un poco pure miei. E che la panchina, il percorso del marciapiede – accompagno te, poi mi riaccompagni e poi di nuovo, per finire quello che dobbiamo dirci per intero –, un nonno, un barbiere, una via di chiesa, ce li avevo anch’io, che il paese, quello, è universale, anche io ce l’avevo quell’infanzia, nascosta dalle vie di città, pure io ritrovavo l’origine e il passato e la comunità e l’insieme.

Mi tornavano ricordi che manco sapevo di tenere, e emozioni, e voglia di rimanere ancora un poco in quello che Gabriele raccontava. Ricordi, memoria e sogni.

Che, forse, per chi scrive, niente altro può desiderarsi: risvegliare ricordi, rammentare la memoria, distribuire sogni. Anche con una mappa vera, disegnata da un architetto, per potersi ritrovare.

E allora, grazie.

Gabriele Santoni, Molina di Quosa, Una guida romantica, Edizioni ETS, Pisa, 2018

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