Laura Baldini

Quando arrivano le feste la memoria corre inevitabilmente a tanti anni fa, quando, bambina, vivevo questi giorni con uno spirito decisamente diverso da quello attuale. Una delle cose che ricordo nitidamente sono i pranzi che organizzavano mia madre e mia nonna, sempre uguali, perché la tradizione, dicevano, va rispettata almeno a Natale. Tra le cose che preparavano, due mi sono rimaste particolarmente impresse: il capitone che, con grande dispiacere di mia madre, non ho mai voluto manco assaggiare e il dolce di mascarpone che ancora, in nome di quella tradizione di cui sopra – e non solo – preparo insieme a mio fratello Andrea.

  1. Il capitone

A casa mia l’ultimo dell’anno iniziava con mia nonna che, appena fatta la spesa da Pallino, si presentava in cucina con una busta di plastica chiusa dentro un’altra busta di plastica che si agitava così tanto (la busta, non la nonna, anzi un po’ si agitava anche la nonna) che a me faceva venire in mente i sacchetti con dentro i conigli nelle mani sapienti di maghi e illusionisti della TV.  Questa è la prima scena che mi si presenta alla mente quando penso alle vigilie dei nuovi anni di tanti anni fa.

Poi iniziava la preparazione vera e propria: la prima fase consisteva nel far scivolare quelle povere bestie nelle due vasche dell’acquaio di cucina piene d’acqua e di una dose di aceto che, secondo mia madre e mia nonna, doveva servire per stordire i capitoni… una specie di anestesia insomma, per gestire meglio la loro messa in pentola o, come pensavo io con l’ingenuità di allora, una sorta di escamotage per ubriacarli e non far loro intendere a quale brutta sorte stavano andando incontro.

La fase successiva, dopo la presa di coscienza, ormai consueta, che l’aceto non aveva fatto granché effetto, era quella, dal mio punto di vista, più comica e grottesca (quella più tragica, se vogliamo considerare il punto di vista del capitone): le bestie sguscianti uscivano infatti dall’acquaio e cominciavo a muoversi sinuose tra le zampe delle sedie di cucina con mia nonna che le inseguiva e mia madre che ripeteva il solito refrain: “È l’ultimo anno che si fa il capitone, un altr’anno si prendono i gamberoni!” e iniziava una lotta furibonda attorno al tavolo di cucina.

Tornavo in cucina quando i capitoni erano già in pentola; ignoro come mia madre e mia nonna riuscissero alla fine a avere la meglio. Ricordo solo, a tavola, la rassegnata delusione di mia madre di fronte al mio categorico rifiuto anche di assaggiarne un solo boccone, in barba all’epica battaglia che si era tenuta in cucina.

2. Il dolce di mascarpone

Accade spesso che un cibo riesca a evocare un nostalgico ricordo di momenti passati, un dolce sapore legato a attimi di felicità.

Il tronchetto di mascarpone era il dolce delle grandi occasioni, quello che mia madre preparava per Natale e per Pasqua. Lo faceva “per i bimbi”, anche quando, io e mio fratello Andrea, bimbi non eravamo più e neanche vivevamo più lì. Tornavamo a casa per le feste e lei, sempre “per i bimbi”, lo faceva.

La cosa curiosa è che né io né Andrea siamo mai stati grandi appassionati di dolci, ma quella torta rappresentava qualcosa di più: una tradizione familiare, un momento che condividevamo tutti insieme, la consapevolezza che un giorno quello sarebbe stato, per dirla con Peter Pan, un pensiero felice.

Da quando mia madre non è più con noi io e mio fratello rinnoviamo ogni anno, per Pasqua e Natale, quel momento. Lo prepariamo insieme il tronchetto di mascarpone – gli ingredienti li porta rigorosamente lui – e usiamo lo stesso stampo che usava nostra madre, un po’ malconcio adesso e arrugginito sugli angoli. Lo portiamo in tavola e iniziamo a tagliarlo: mio fratello sceglie l’estremità, quella che mangiava sempre lei, perché era la parte meno appetibile, quella con meno crema. 

Poi iniziamo a gustarlo, in silenzio, con nostra madre seduta accanto a noi.

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